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I numerosi goth rockers che già hanno avuto modo di apprezzare i Ravenscry dal vivo, in occasione di diversi festival in Lombardia e non solo, saranno certamente lieti di sapere che la band ha finalmente pubblicato il suo primo EP omonimo. Le registrazioni sono state effettuate a Los Angeles, il che ci fa tirare un enorme sospiro di sollievo, perché il nostro maggior timore era che un’esiziale produzione “casalinga” massacrasse quanto di buono i nostri avevano saputo mettere in campo dal vivo. Invece, tutte le frecce all’arco dei Ravenscry risplendono in questa eccellente cornice. La più micidiale è la voce magica di Giulia Stefani: non ci vuole molto a capire perché la band abbia deciso di affidarsi ad una vocalist romana, scelta scomoda dal punto di vista logistico, ma impagabile nei risultati. La talentuosa Giulia è anche autrice dei testi, raffinati componimenti a metà strada tra poetica maudit e fine psicologia umana. Nonostante i Ravenscry siano stati paragonati in più occasioni a gruppi come i Lacuna Coil, in realtà la voce della cantante – elemento caratterizzante in entrambe le formazioni – rispetto a quella di Cristina Scabbia ha un’impostazione lirica e un timbro più alto, più vicino a quello di una Amy Lee, o di una Tarja Turunen in salsa nu metal. L’unico brano in cui i Ravenscry fanno effettivamente l’occhiolino ai più titolati colleghi milanesi è l’ultimo, ”Far Away”, un energico gothic rock con chitarre e voce protagoniste assolute. L’EP appare nettamente diviso in due parti, una delle quali, composta da ”Nobody” e ”Calliope”, evidenzia una certa attitudine industrial ed elettronica della band: mai eccessiva, comunque, grazie anche alla grande tecnica che gli consente di utilizzare una strumentazione di stampo prog (chitarre a 6, 7 e anche 8 corde, basso a 6, e la batteria che spesso e volentieri si discosta dai tradizionali 4 tempi). La parte melodica non emerge mai in questa fase, nella quale la parte del leone è fatta dalla voce di Giulia e dall’accompagnamento potente dei riff di chitarra, più aspri in “Nobody”. La seconda parte è una vera e propria suite, dal titolo ”Redemption”, divisa in tre parti: ”Rainy” e la strumentale ”Reflection” riconciliano i Ravenscry con la loro anima più goth e lirica, dando spazio anche ad occasionali aperture semi-orchestrali, magari non originalissime, ma almeno non esagerate e pompose (rischio che è facile correre in questo genere). Si chiude con la già citata ”Far Away”. Ottimo materiale e pregevole fattura, su cui non dovrebbe essere difficile lavorare per ottenere risultati splendidi. Siamo fiduciosi che qualcuno si accorgerà di loro.
Articolo del
25/07/2010 -
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