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Malgrado il nome, il titolo dell’album ed il fatto che cantino in inglese, gli Small Jackets sono romagnoli e questo è il loro disco d’esordio. Una rock band italiana quindi, ma quando poi la senti suonare sembra che i suoi componenti abbiano vissuto per anni negli Stati Uniti d’America, in parte nel Michigan industrializzato, in parte nelle regioni sudiste delle paludi del Mississippi. Lu Silver, chitarra e voce, Rob Nobody, al basso, Fab alla seconda chitarra e Danny Savanas alla batteria, costituiscono una “line-up” di tutto rispetto nell’ambito della scena italiana dell’hard rock, possono vantare già delle esperienze internazionali, e infatti hanno già suonato con gruppi come gli Hardcore Superstars o come gli Hellacopters. L’apertura del disco é affidata a “Ranch And Roll”, un pezzo infarcito di blues elettrico e di un rock and roll vecchio stile, polveroso e graffiante, il suono di “Tell Me Baby” poi è ancora più poderoso e devastante, con una sezione ritmica molto serrata e con quella chitarra che miagola come si deve. “ I Don’t Know Why” è una scheggia bollente che ti rimanda ad altri tempi, quando l’hard rock si mescolava a certe forme di psichedelìa ed imperavano sovrani gruppi come gli MC5, i Blue Cheer e gli Stooges, subito dopo “No More Time” mette in risalto nella sezione vocale un recupero delle melodie di fine anni sesanta, ma sono sempre le chitarre di Fab e di Lu Silver a tiranneggiare, in lungo e in largo. “Extra Miles” e “Jones Comin’ Down”(cover dei Rebels Without A Cause) sorprendono per l’accanimento con cui le chitarre elettriche - lanciate a velocità parossistica - permeano con la loro presenza lo sviluppo melodico dei brani, mentre “Stop This Fuckin’ Bore”, un brano che sembra scritto dai Black Crowes, segna un ritorno ad atmosfere bluesate, sfondo per una cruda esibizione di distorsioni elettriche e di sbalzi di ritmo improvvisi. “If You Stay” potrebbe essere benissimo una nuova “slow ballad” dei Guns N’ Roses, la voce di Lu Silver é volutamente sporca ed impastata, le chitarre sembrano sempre sul punto di esplodere e, quando poi finalmente accade, è un diluvio di “riffs” di hard rock e di blues urbano. Su “ Let’s Start Playing” risale in cattedra il rock and roll, per un pezzo urlato e lanciato a velocità folle verso un futuro che - malgrado i continui richiami al passato (a volte tornano in mente perfino i Molly Hatchet) – non sarà avaro di soddisfazioni per la band.
Articolo del
15/06/2005 -
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