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La Etnorchestra è un combo brianzolo innamorato del reggae e dei ritmi caraibici. Nove musicisti italiani più un cantante senegalese danno vita a questo cd intitolato equivocamente “Tribal Samba”. Equivocamente perché nei dieci brani che compongono il cd si trovano ritmi caraibici, sì, latini alla larga, tanto reggae e tanto ragamuffin. Diciamolo subito: questo cd piacerà tantissimo a una certa sinistra terzomondista per la quale l’impegno solidale sembra debba passare per forza attraverso la perdita e il rinnegamento delle proprie radici, invece che dal confronto orgoglioso e simpatetico delle proprie differenze. E infatti i nostri Etnorchestra a dicembre hanno suonato per “Caterpillar”, la trasmissione di radio Rai 2 che di quel mondo è un po’ la portabandiera. Per cui, se vi riconoscete in questo profilo, basterà che vi dica che questo disco è effettivamente fatto per ballare e ci andrete a nozze. Potete smettere di leggere qui e fondarvi nel vostro negozio di dischi preferito a comprare il cd e sostenere il gruppo. Se invece non siete tanto convinti, continuate a leggere. Premesso che tutti i musicisti coinvolti sono molto bravi e appassionati, e che la loro onestà musicale è assolutamente fuori discussione, ci sarebbero molte cose da dire. Innanzitutto che è un disco simile a cento altri ben fatti nel genere. Poi che nonostante lo sfoggio di percussioni provenienti da varie aree etnico-musicali (mediorientali, afrocubane, africane, brasiliane), tutto viene amalgamato nel solito indistinguibile pout-pourri che suona vagamente etnico e perciò “giusto”. E questo ben lungi dall’ottener eun suono personale, originale e riconoscibile. Inoltre, che quando si tenta una contaminazione col rock (come in “Bidonville” o “Latin Groove”) i risultati non sono dissimili dall’ultimo Santana, solo un po’ più africano. Se avete presente il penoso stato in cui Santana si è ridotto da una trentina d’anni a sta parte, non è una bella notizia. Infine, non rimane che constatare che di fronte a dischi come questo, ben fatti, ben suonati, ma senza un briciolo di personalità e inquietanti dal punto di vista culturale, “My life in the bush of ghosts” di Brian Eno e David Byrne, uscito nel 1981, cioè nella Preistoria, pare avanti di dodicimila anni. Fate voi i conti.
Articolo del
05/01/2006 -
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