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Troppo tempo lasciato passare, colpevolmente, da quando “6 Pezzi + 1 Remix” di Alessio Beltrami è arrivato nella mia cassetta postale, ad opera del segaligno benemerito portalettere, sosia fallito di Fabrizio Frizzi – ma di questo ve ne fotte molto poco. Al sodo: Alessio Beltrami suona un genere che in Italia non propone (quasi) nessuno. Perché ce ne arriva troppo – e spesso troppo acciaccato, troppo uguale a sé stesso, troppo tutto - da Oltreoceano: NeoSoul. Dice: che è? Metti l’ultimo Prince e lo capisci. Oppure le produzioni mega-hit di Raphael Saaqdiq (Angie Stone, Teedra Moses. Uno che ha iniziato come bassista di Prince: io sarei tornato a casa ed avrei aperto una cartoleria). Gli ingredienti sono quelli che Tiziano Ferro ha sputtanato, il triestino Al Castellana ha recuperato e Beltrami interpreta invece nella loro pregnanza più fresca: bassi rotondi e sinuosi, falsetti e passaggi vocali tortuosissimi, chitarrine funky, ritmiche solide e sincopate, Rhodes a tirare le fila. Groove invidiabile e, al contempo, aderente ai canoni più noti del genere. Oltre ad immancabili innesti rap. Insomma: un concentrato di r&b vestito italiano di tutto punto. Si, r&b: mi piace di più. Significa che dentro c’è un sacco di roba, mediata e soppesata, trapiantata accuratamente nelle strutture dei pezzi. Un po’ come dire hip-hop non è dire rap. Funk, pop, hip-hop, rap: tutto contribuisce a rendere r&b l’etichetta più efficace per la musica di Beltrami, così patinata e perfetta che ti fa venir voglia di comprarti una Cadillac decappottabile del 1967 e di metter sotto “Prestami”, con una bionda in bikini sul sedile passeggero. Il giovine – peraltro - è uno cazzuto: ci crede, sente che il primo scalino è riuscire a far passare la genuinità e l’onestà della sua passione (autoprodotta). E ce la mette tutta. Dimostrando poi che, quando la scena hip-hop (da lì è partito anche Beltrami) si ingegna e cerca di farsi innovatrice, allora sfascia - in senso buono. Perché – ci scommetto un cd di Alessio – la gente, QUESTO genere, prodotto in QUESTO modo, senza scimmiottamenti assortiti ma con giustificata ammirazione ed impegnata rielaborazione dei modelli statunitensi, non se lo aspetta, non lo concepisce. Ecco perché – inciso – sono sicuro che il prossimo, di disco, non sarà autoprodotto – avessimo gente come Nile Rodgers e Jerry Wexler (ma qui, lo so, cado nell’irrealtà), in Italia, Beltrami sarebbe uscito più pompato di Jovanotti. Torniamo al lato tecnico: il soul di Beltrami riesce, per quanto possibile, a virare costantemente qualche elemento. Facendo in modo che la mezz’ora di musica – a proposito: perfetto il formato 6+1 – trascorra senza mezza esitazione, per l’ascoltatore. Se a tutto questo aggiungo che, in sintesi, Alessio – classe 1979 - s’è scritto e suonato tutto da solo, riducendo al minimo l’apporto delle macchine, scommetto che almeno una briciola di curiosità ve l’ho fatta spuntare, in quel cervello che, lo so, è bombardato da MTv e dai suoi scimmioni neri. Una volta tanto che uno da MTv – nel senso della produzione raffinata, della maturità del suono, anche del puttanello lavoro d’immagine – ce l’abbiamo fra di noi, poveri critici (de ‘noantri) indie, siamo già sicuri di vedercelo sgusciare dal lettore entro breve. Al di là di tutto, il Ghigo Agosti – dai, basta allusioni a Prince - di Brescia ha in serbo la giusta dose di coraggio e sfacciataggine per dare benzina ad un genere ancora inosservato nella sua (per ora quasi assente) variante italiota. Per me, se trova i soldi e qualche altra idea, ne diventa il guru. Scommettiamo?
Articolo del
30/03/2006 -
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