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Nighthawks
From An Hotel Room
2006
Autoprodotto
di
Stefano De Stefano
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Scrivere musica con qualcosa nel cuore. Un’ansia che trapela in alcuni momenti per cedere poi il passo a una malinconia decadente e raffinata. From An Hotel Room è un mini cd auto prodotto e porta la firma dei Nighthawks, un duo di Siena che per l’occasione si avvale di diversi ospiti pronti a collaborare e sei canzoni che bene si rispecchiano nel quadro di Hopper in copertina. E a ben vedere anche il nome del duo è preso da un quadro di Hopper, quello che descrive la quotidianità fortemente evocatica e un po’ malinconica di una caffetteria e di una coppia. Atmosfere dimesse quindi. Ma non per questo non fiere, anzi. La canzoni di questo From An Hotel Room sono interessanti, varie, contaminate, coraggiose se vogliamo (la batteria è elettronica e vengono accostati parecchi suoni di tastiere e sintetizzatori alle più canoniche armoniche e fisarmoniche). Canzoni in lingua inglese che sanno di epoche passate, fortemente Seventies con incursioni nella decade successiva, un po’ dark e un po’ romantiche, un po’ sghembe per l’andamento folk che a volte prendono e un po’ epiche per alcuni momenti strumentali in cui sale la chitarra elettrica. Sei canzoni comunque legate tra di loro da una spiccata sensibilità verso l’arrangiamento raffinato e mai artefatto, che raramente ricordano la malinconia di Tom Waits e spesso portano invece dalle parti di Nick Cave; gli impasti vocali sono ben messi in rilievo perché i pezzi sono discretamente melodici, senza comunque strizzare l’occhio a una certa banalità di composizione. L’apertura maestosa di “Mary Jane” lascia intendere quello che sarà un ascolto piacevole e scorrevole mentre la successiva “Yesterday’s Avenues” è una ballata costruita in modo tradizionale, tristemente evocativa e innovativa con quei sintetizzatori che in sottofondo lottano per emergere da un manto di suoni da orchestra folk. “Christmas Eve” è contaminata dal blues, il miglior pezzo del mini cd, puro Tom Waits style con l’armonica che ricama in sottofondo mentre una chitarra accompagna con la pentatonica una voce bassa e ruvida. “Sad Waltz” spiega bene nel titolo la sua ragion d’essere mentre “War Train” è un delicato folk in tre quarti, voci che si incastrano, fisarmonica che supporta le chitarre acustiche e un ritornello corale che presto si fissa in testa. La chiusura di “Sweet Little Girl” si caratterizza per un sound molto anni Ottanta fatto di bassi pulsanti, batteria elettriche e sintetizzatori che fraseggiano tra di loro (senza contare una voce bassa molto dark wave); dotato di un andamento abbastanza ballabile sembra essere però un po’ lontano dal resto del disco quanto a mood. Nonostante una produzione non certo accuratissima (è comunque auto prodotto) e una certa discutibilità per l’uso di alcuni suoni a volte troppo “finti”, questo From An Hotel Room sembra proporre qualcosa di artisticamente valido e, in certi casi, estremamente interessante.
Articolo del
21/04/2006 -
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