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Attivi da poco più di dieci anni sotto altri nomi, i F.A.T.A. (acronimo che sta per Fuoco, Aria, Terra ed Acqua) sono un gruppo di 5 ragazzi di Carpi (MO) che ha alle spalle già alcuni album e che adesso ha appena sfornato il terzo CD, dal titolo particolare: “Demodé”. Ed ascoltando l’album in effetti si ha la sensazione di un gruppo che non insegue le sonorità ultime ma che si rifà ad una tradizione rock contaminata da passioni darkeggianti e che in certi punti richiama i Litfiba per l’uso della voce del cantante Roberto Ferrari. Questa caratteristica emerge soprattutto in “Bambole di plastica”, il pezzo d’apertura, dove in alcuni punti la voce di Ferrari si diverte a giocare quasi mangiando le parole; il finale del brano, col parossismo della ripetizione finale, però non convince e, più che turbare, il ritornello “bambole di plastica” stanca l’ascoltatore. Il secondo brano, “Solo tu”, è più convincente, anche se le due tipologie di voci non si amalgamano bene e il brano decolla pienamente solo quando Ferrari attacca col ritornello; il finale, con la voce in primissimo piano, si impone per la sua nettezza all’orecchio dell’ascoltatore. L’impostazione classica rock emerge ancora di più in “Sullo specchio”, brano in cui la voce di Ferrari si insinua nel ritmo sostenuto dettato da una batteria particolarmente presente che apre i rallentamenti della canzone con partenze veloci, mentre l’assolo della chitarra appare più slegato dal contesto; unico neo (ma dipende dai gusti) è rappresentato dal coro di accompagnamento, con effetto megafono, che diventa solamente un suono privando le parole della chiarezza necessaria a comprenderle, e dal prolungato crescendo finale sulla parola “ancora”. Interessante è anche la quarta canzone dell’album, “Perfetta”, un ritratto a tinte foschissime di una ragazza, dove il testo perde forza nella ripetitività che viene avvertita più come suono dato che, punto dolente di alcuni altri brani, non sempre la voce riesce a staccarsi dalla musica ed emergere come traino della canzone ma capita che venga inghiottita dalle sonorità; la tastiera finale, con cui si chiude il brano, appare in dissonanza col resto del brano. Brano introspettivo è anche “Madre”, dove un tormentato rapporto con la genitrice viene rivissuto anche con la voce back sempre distorta, quale segno di disagio interiore accentuato; ovviamente, quando si parla di rapporto con la madre, il modello che viene alla mente è quello dei Pink Floyd ma qui, all’interiorità sommessa del gruppo inglese, si contrappone un suono molto deciso, sempre diviso fra rock e atmosfere dark, di indubbia forza emotiva, anche se (sempre gusto personale) le grida del finale non sono il massimo. Ultimo brano dell’album è “Confini”, pezzo già presentato nella compilation “Cantiere sonoro 2001”, dove dalla matrice inequivocabilmente dark emerge una chitarra notevole, vera primattrice di questo brano. Un’ultima nota sui testi: sono abbastanza semplici nella struttura e, spesso, molto ambiziosi senza, però, rimanere scolpiti nella mente: forse immagini meno pesanti avrebbero giovato assieme a qualche elaborazione più complessa delle visioni che si vogliono trasmettere. In conclusione non si può che essere meravigliati del fatto che i F.A.T.A. non sono ancora emersi come una realtà affermata, in quanto è innegabile che questo album, registrato dal vivo all’Acid Studio di Cremona nell’ottobre 2002, è un lavoro altamente professionale che denota un talento da affinare sui testi e sull’equilibrio fra voce e musica ma già capace di sfornare canzoni come “Sullo specchio”, brano che potrebbe benissimo entrare in classifiche dominate da pseudo melodici che non hanno niente da aggiungere alla musica.
Articolo del
14/02/2003 -
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