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Gli Inside Out sono un gruppo pop folk, le cui credenziali non sono da sottovalutare: nati dalla collaborazione del chitarrista Joe Mongelli, di origini pugliesi, con la cantante Thérèse LaGamma ed il pianista/produttore irlandese Oliver C. Keane, sono sponsorizzati dalla società torinese Vitaminic e dal musicista americano Donald Fagen. Credenziali di non poco conto, cui bisogna aggiungere il prestigioso premio “Spring Award”, rilasciato negli Stati Uniti. I tre componenti del gruppo sono tra l’altro tutti compositori e in particolare Mongelli ha studiato al Berklee College of Music di Boston Un esperimento a metà strada fra pop e folk, “adatto ad essere ascoltato e compreso dalla prima all’ultima nota”. Né saprei trovare una definizione migliore per descrivere questa musica fatta di atmosfere serene e rilassate. Ogni singolo brano è a sua volta scomponibile in tanti piccoli frammenti “autonomi”, dotati di luce propria, concepiti per essere ascoltati ognuno sotto un’angolazione diversa. Tanto che a volte, nel sovrapporsi di temi e suggestioni musicali, si stenta a trovare il filo conduttore. In effetti, ho ascoltato diverse volte il CD “Take Care” e vi ho sempre scoperto qualcosa di nuovo. Mi sono avventurato fra le pieghe di un lavoro di non facile ascolto, capace di trasmettere emozioni sincere, dolci ed eleganti, eppure, ogni volta ho provato la strana sensazione di aver perso il bandolo della matassa, il “leit-motiv”. Manca - ed è forse questa l’unica pecca di un lavoro peraltro eccellente, complessivamente “maturo” - una melodia che possa definirsi “prevalente” rispetto alle altre. Non voglio intendere il ritornello facile o il motivo orecchiabile. Ma, anche la più enigmatica e spinosa delle musiche dopo un po’ si lascia apprendere a memoria, come è giusto che sia. Io credo che questo “difetto” sia da addebitarsi, più che ad una carenza di affiatamento, ad una lacuna di fondo, una sorta di disattenzione diffusa, come se i musicisti, interamente assorbiti dall’urgenza compositiva, releghino in secondo piano il pathos, l’espressività, la destrezza esecutiva (altro tassello mancante!). L’adattamento complessivo delle parti non viene perseguito attraverso la coerenza unificante del “leit-motiv”, inteso come necessità stilistica di fondo, ma attraverso il sovrapporsi continuo di spunti e melodie. In ciò Mongelli è bravo, indubbiamente. La sua chitarra tesse trame sottili e perspicaci, capaci di accordare fra loro le diverse fasi musicali, ma l’esecuzione è alquanto indecisa, fiacca. Non v’è scioltezza, né brio né padronanza. Neppure il piano di Keane, per quanto elegante e versatile, riesce a colmare questa lacuna. Soltanto la voce di Thèrèse LaGamma è davvero gradevole, dolce e discreta, sa mantenere un tono medio che non disturba, che non eccede in virtuosismi o parossismi. Suadente, calda, equilibrata, decisamente convincente. Insomma ci troviamo di fronte a dei musicisti senz’altro validi, ma non altrettanto smaliziati da un punto di vista esecutivo e strumentale, cosa che alla lunga produce un gap dagli effetti pregiudizievoli, che impedisce agli Inside Out di valorizzare appieno la loro musica. Queste libere osservazioni, naturalmente, vanno prese per quel che sono: delle esortazioni, piuttosto che dei biasimi. La musica degli Inside Out ha tutte le carte in regola per tentare di imporsi nell’ambito di un pop-folk dal retrogusto vagamente new-age, senza forzature, libera da schemi musicali precostituiti, etichettature o pretese di mercato. Un augurio
Articolo del
17/03/2003 -
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