|
Il loro primo lavoro discografico “Amigdala” risale al marzo del 2001: un CD demo, composto di soli 4 brani, tuttavia accolto con favorevoli consensi da parte della critica e di alcune riviste specializzate. Decisivo poi l’incontro con Amaury Cambuzat, cantante, chitarrista e leader del gruppo francese Ulan Bator, con i quali, già a partire dal 2001, gli Yakudoshi si esibiscono in una serie di concerti per l’Europa, in veste di “spalla”. Ed ecco finalmente l’ultimo lavoro “Al diavolo che ha allietato i nostri giovani giorni” (datato agosto 2002), al quale in un paio di brani collabora anche Cambuzat. La musica degli Yakudoshi si inserisce in quel filone che potremmo definire “indie-noise” e, per certi versi, “post-rock”. Il riverbero dilatato delle chitarre, la distorsione prolungata ed ossessiva degli strumenti, la ripetizione di loop enigmaticamente oscillanti fra l’ipnotico e l’isterico, il sordido e l’eroico, l’introverso e il minaccioso, a volte striscianti, perversi, inaffidabili, pronti a deflagrare senza alcun preavviso o motivazioni plausibili. Gli influssi sono disparati: Sonic Youth, certa cultura noise, il rock industriale degli anni ‘80, Joy Division e Pere Ubu, e ancora Massimo Volume, Marlene Kuntz, reminiscenze new wave (specialmente il cantante), persino Neil Young (quello delle incredibili, tormentose schitarrate di Dead Man). Indubbiamente gli Yakudoshi si muovono nell’ambito dell’underground milanese: associazioni ARCI, concerti autogestiti. Si potrebbe obiettare “nulla di nuovo”, un sapiente assemblaggio di influssi e citazioni, forse un tantino di noia (il CD dura circa 1 ora), eppure qua e là emerge se non altro una personalità, una originalità di temi ed ispirazione: paesaggi lunari, contorsioni visionarie, dilatazioni suburbane, viaggi senza ritorno. Un gruppo che vale la pena di approfondire. P.S. – Interessante il sito del gruppo (www.yakudoshi.net)
Articolo del
18/03/2003 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|