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Piccola parentesi personale. In vacanza, qualche anno fa, sul furgone porto anche la chitarra. Un amico, un giorno, sentendomi suonare (dopo svariati tentativi fallimentari che lui probabilmente non aveva colto) il passaggio più famoso di “Innuendo” dei Queen, gasatissimo mi riempie di complimenti. Io, disincantato, gli rispondo che, nella musica, il problema non è riprodurre anche benissimo un qualcosa scritto da un altro, ma scrivere un qualcosa di geniale per la prima volta. Beh, questo discorso, con le giuste diversità e proporzioni, può essere fatto anche analizzando il primo album dei Revolution#9, italianissima band indie. Certo, non si tratta di cover come nel mio caso. Ma l’album ha, a mio giudizio, un grosso debito nei confronti di “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”, il primo album degli Arctic monkeys. Per rendersene conto è sufficiente ascoltare “White Line”, il cui riff è molto simile a quello di “Dancing Shoes”. Ma, più in generale, in quasi tutte le tracce c’è l’impronta della band di Sheffield: nei riff delle strofe, negli stacchi alla fine dei ritornelli (come in “It’s Too Easy”), nel continuo entrare ed uscire di basso e chitarra, nei soli con la chitarra pulita o comunque poco distorta (come in “Killing Jane”), nei finali spesso volutamente bruschi. Con tutte queste considerazioni voglio dire che non siamo di fronte ad un album innovativo. Ma questo non vuol dire che siamo di fronte ad un album brutto. Anzi. Pieno di energia, ma allo stesso tempo curato nelle continue variazioni all’interno delle strutture delle singole canzoni, è un lavoro (d’esordio) assolutamente apprezzabile, oltretutto molto rapido (delle 10 canzoni soltanto una supera i 4 minuti, mentre tutte le altre durano o poco meno o poco più di 3 minuti), che non annoia di certo e che si presta molto bene alla riproposizione live. Non male, poi, è anche la conclusiva “You Don’t Care”, l’unico pezzo dell’intero disco in cui i riff della chitarra si fanno da parte e la batteria, pur sempre martellante, rallenta un po’ la velocità. Una canzone comunque bella che lascia intravedere una possibilità di maggiori variazioni di toni e, forse, anche una possibilità di arrivare a definire uno stile un po’ più personale e slegato da quelli che sono i loro modelli. Bravi, o addirittura molto bravi, a seconda dei giudizi. Ma pur sempre dei modelli.
Articolo del
04/02/2008 -
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