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Il rock italiano cosiddetto indipendente si muove da sempre tra tentativi di segnare percorsi alternativi alle produzioni mainstream, cercando nuove espressioni sonore e liriche, magari buttando un occhio neanche troppo distratto a quello che succede oltre i nostri confini, e la tentazione inevitabile di cedere alle lusinghe del prodotto “da classifica”, che non si distacchi troppo dalle intenzioni del grande filone pop/rock e del suo pubblico generalista. Inutile dire che l’equilibrio tra le due opposte (ma forse neanche più di tanto) tendenze produca di solito i risultati migliori. La band milanese dei Messuria, al suo secondo lavoro in studio, anche stavolta autoprodotto dopo l’esordio del 2001 Tutto ciò che sento, mostra pregi e difetti di questo elaborato e faticoso tentativo di muoversi tra le pieghe della discografia cercando di parlare solo ad una nicchia di persone. Canzoni ottimiste per la fine del mondo è un disco ricco, diciamolo subito, 14 tracce scritte, suonate, e cantate con trasporto, energia, e questo è già un punto molto positivo. I pregi li senti subito: l’attacco con Immagina, riff discreto ma incalzante di chitarre, suonate da Mauro Finardi, ritmica solida e con contrappunto delle percussioni di Miki Battiloro (molto efficace in tutto il disco) con Mirko Luna alla batteria e Ilaria Grecchi al basso, distorsioni che si aggiungono e dettano gli accenti di pieno e pause sul chorus del ritornello. Le liriche, scritte e cantate da Alessio Suzzi, sono poco narrative, ma nel rock può funzionare così se la melodia ha il giusto feeling con le armonie: “perle, gocce perle e sangue / che la luce infrange /se quando muoio piove / non si vede chi piange”. La voce gioca con la forza delle immagini e finisce col dargli profondità con un timbro sicuro, mai banale e molto agile. Insomma sembrerebbe tutto perfetto, ma il meccanismo funziona benissimo su brani come il primo appunto, su Essenza (“è tempo che cambi ritmo e che si balli un po’”), con ottimo e denso stuolo di chitarre, o su Boss Hog, a parere di chi scrive il pezzo più riuscito con un tempo quasi ska, e un ritmo nella linea vocale di grande impatto, oltre che da una lirica efficacissima nelle sue venature ironica. Su altro registro, un’ipnotica marcetta scandita da liquide chitarre elettriche, colpisce positivamente anche la filastrocca nera di 100.000 uomini, condita da un controcanto quasi rap. Su altri come Polaroid (che pure attacca con un intro quasi noir molto suggestiva) o come L’ultima la buona tensione si snocciola e si libera su territori meno solidi concedendo troppo al pop da radiofonico e distratto ascolto. Si ha spesso l’impressione che la band abbia un suo suono carico e dinamico e a dire la verità che sia anche registrato molto bene, soprattutto nelle sezioni ritmiche di basso e batteria e nelle distorsioni, mentre la verve del cantante non ha bisogno di troppi trucchi da sala di registrazione. Ma in alcuni episodi questa naturale tendenza sonora finisce con l’essere piegata su territori troppo morbidi, di un’“epica a presa rapida” non troppo consistente. Su questa falsariga Io non cambio, L’ultima e Fragile non si risolvono nel dilemma tra pop da classifica e sonorità indie. Un peccato, perché tracce come Aria o Stanze fanno intuire che anche su territori più articolati i nostri Messuria hanno imparato più di una lezione da certo rock di qualità anni ’90, (buttiamo lì un nome internazionale: i Pearl Jam? e uno italiano: i Karma?) con una densità di suono davvero molto buona. Certi cori e certe aperture su ritornelli da rock “levigato”, e forse anche qualche debolezza qui e lì nelle immagini, in generale però abbastanza efficaci dei testi, abbassano insomma la media complessiva, capace poi di risollevarsi in altri momenti, come sull’arpeggio in odore di Nirvana di Fantasma. Insomma le intenzioni giuste ci sono e si sentono, il potenziale pure: il rock italiano ha bisogno di buone energie come quella dei Messuria e Canzoni ottimiste per la fine del mondo ci piace segnalarlo come il disco positivo di un gruppo che ha le carte in regola per crescere e migliorare ancora e la cui crescita aspetteremo fiduciosi al loro prossimo capitolo.
Articolo del
25/02/2008 -
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