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Gran tiro, invidiabile energia e un sacco di buone intenzioni. The Shadow Line, a dispetto del nome è una band italianissima che arriva dalla provincia di Roma e con un nuovo EP autoprodotto dal curioso titolo "Elvis Lives, Paul Is Dead And I’m Feeling Very Well". Attivi ormai da diversi anni (visto che il primo Ep è datato 2003) e con già diverse significative esperienze nel loro ottimo curriculum ( tra gli altri hanno suonato nel 2005 con The Others, ma molte altre sono state le collaborazioni di rilievo), i quattro ragazzi che compongono il gruppo provano a condensare le loro alchimie ritmiche e sonore nei 4 pezzi (+ una ghost track e un bonus video) che compongono il mini cd. E’ indubbiamente un suono rock con evidenti rimandi ad un certo tipo di scena che da qualche anno ha preso piede tra New York e Londra, con sezione ritmica molto serrata e poco incline ai fraseggi (il batterista Francesco Stefanini e la bassista Alessia Casonato) chitarre in evidenza ma senza distorsioni troppo pesanti, e con riff invece molto agili e ritmiche molto compresse (Francesco Sciarrone che suona anche le tastiere e il cantante Daniele Giannini): un suono anni duemila oseremmo dire, che ha nella sua compressione la sua cifra stilistica, i suoi pregi e qualche inevitabile difetto dovuto ad una scarsa ampiezza nella dinamica complessiva. Ma questo è un altro discorso che si potrebbe fare anche per band come gli Arctic Monkeys, trovandola appunto una qualità e una pecca al contempo. Tornando al nostro "Elvis Lives…" parte One Shot Hit, e ti senti subito da qualche parte tra gli Strokes, i Franz Ferdinand, i Jet e per qualche motivo anche i Bloc Party. I punti di riferimento sembrano abbastanza chiari e lo sviluppo del brano che si muove da un verse in minore per poi aprirsi sul chorus in maggiore è quasi un omaggio a certi schemi alla Strokes appunto o alla Kaiser Chiefs. Il brano piace, anche se si intuisce la mancanza di una produzione che esalti lo spessore timbrico e magari valorizzi la linea melodica. Insomma, le cose positive si intuiscono e l’impatto è decisamente più che positivo. Un gradino più su, nella qualità compositiva si sente decisamente nel secondo brano, Stab In The Back: carico nella strofa quando regge il tiro con un buon misto di ritmo e voce, per poi trovare un chorus che non ha nulla da invidiare ad eventuali epigoni anglosassoni. Ottimo il fraseggio di chitarre e la resa armonica dell’arrangiamento che ti manda esattamente dove pensi voglia arrivare, in direzione new wave anni duemila. La voce spara decisamente di più, e un po’ per timbro e un po’ per scelta, si muove in linea con gli altri strumenti senza sovrastarli o imporsi. La qual cosa ci pare decisamente in sintonia con i modelli di cui abbiamo fatto cenno qualche riga più su. Il terzo brano, Ordinary Face, si apre con una intro a tempo ridotto per poi svilupparsi ancora a gran ritmo. Il pezzo ha però qualche sonorità un po’ troppo piatta, soprattutto sulle chitarre e una ritmica che guadagnerebbe in minor frenesia se suonata con un po’ di freno tirato. Buona invece l’idea a metà tra il rock/country e... il tex/mex? Diciamo che in generale nei 4 brani dell’EP il piede resta praticamente fisso sull’acceleratore, concedendo da un lato energia e corsa alla musica, ma dall’altro rischiando di non curare magari troppo i particolari che invece potrebbe rendere tutto più vivace. In questo senso credo abbia fatto scuola il primo disco di The Strokes, Is This It?.
Sull’approccio vocale del vocalist Daniele Giannini, credo si possa dire che l’impostazione è ottima per il genere e per il piglio agile, veloce, anche se difetta un po’ di profondità (ma qui torniamo alla frenesia degli arrangiamenti), ma trova nelle liriche una validissima sponda. In One Shot Hit: “And I wanna see my face on the fuckin’ MTV anyway/I need an HIT, future guaranteed/Makes me able to ignore and reminds me where I’m coming from”. La scelta di non cantare in italiano può anche essere discutibile, ma coerente col progetto musicale, e alla resa dei conti la stesura piuttosto semplice e diretta dell’inglese dei testi si rivela efficace nel contesto sonoro. Senza troppi fronzoli quel “voglio vedere la mia faccia sulla fottutissima MTV..." confessa con pochi giri di parole, e con un pizzico di auto-ironia il desiderio di una svolta discograficamente importante. Insomma, niente menate della serie “siamo indie, quindi se nessuno ci ascolta non ce ne frega nulla”, ma una onesta dichiarazione a beneficio di una potenziale etichetta discografica che possa lanciare definitivamente il progetto The Shadow Line. Molto diretti e senza inutili orpelli anche le liriche degli altri brani si prestano con un legame stretto al pulsare delle ritmiche, a “spiattellare” sensazioni e situazioni semplici e comuni: “I remember the time we used to meet/When December made silence inside me/Walking nowhere it’s hard to face yourself/Feeling sober I’ve got to do it well”. Il quarto brano Commercial conferma lo spirito ironico e divertito, (ribadito anche dal curioso video contenuto come bonus track nell’EP) e sembra avere un discreto potenziale commerciale, sempre in linea con le sonorità già descritte in precedenza, oltre che apparire dal punto di vista dello spessore sonoro il più sostenuto forse anche perché gode di un differente mastering rispetto agli altri. Con un po’ di pazienza l’ultima traccia sfocia in una curiosa e ipnotica ghost track, un po’ diversa dal punto di vista della sonorità, in un clima sospeso tra pianoforte ed elettronica e una linea vocale carica di effetto.
In attesa della prova sul disco lungo, questo EP comunque promuove The Shadow Line: al di là di qualche difetto e qualche sbavatura da limare, e che il tempo e l’esperienza possono sicuramente correggere, l’impressione è che con una produzione di livello si possa calcare la mano sui caratteri più specifici della band, liberandosi di qualche clichè di troppo e facendo emergere la qualità che sicuramente non manca.
Articolo del
29/03/2008 -
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