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Gli Shadow Line si avvalgono di ritmiche incalzanti e divertenti, a tratti mutuate dai leggendari “Television” (“Hi Hat”), per creare un senso di scioltezza che, a ben vedere, è assolutamente indispensabile all’ascolto dei brani: una discorsività che necessita di immediatezza, al fine di rendere fluido e coerente un progetto che si presenta, nel suo insieme, alquanto eterogeneo. D’altro canto è davvero difficile orientarsi in un panorama artistico in cui prevalgono le dichiarazioni di facciata, in un assoluto vuoto di idee e novità programmatiche. Di conseguenza l’attitudine psicologica, sul palco come nella vita, può a volte fare la differenza e, nel caso degli Shadow Line, la scioltezza di cui si è accennato facilita enormemente la ricerca delle sonorità e degli equilibri all’interno dei brani, ovvero la ricerca del “giusto amalgama”. La tendenza generale è quella di manipolare con disinvoltura stili e orientamenti di diversa ispirazione musicale. Si parte, almeno negli intenti, da un brit non invasivo, influenzato dalla new wave anni ’80, per finire con un rock & roll contaminato da influssi di varia natura, garage, melò e, in genere, vintage. Garage sono le chitarre graffianti, gli arrangiamenti rissosi e spesso irregolari (“Rock the city”, “Commercial”, “The Crash”); melò le ballate alla “Cold Play” (“Untitled”, “God Save my Soul”) e le sonorità attinte dagli “Editors” (“Stoned”). E sono proprio queste ultime a mitigare il tutto in un atmosfera di “educato rock & roll”, dal sapore inevitabilmente vintage. Perché vintage è forse l’etichetta che forse più si addice a questo tipo di lavoro, a cominciare dalla copertina, così evocativa, così pudica, come una cartolina d’altri tempi, una stampa antica. Senza dubbio ci troviamo di fronte ad un disco ben fatto, che ricorda molto gli "XTC", almeno dal punto di vista qualitativo; da assaporare tutto d’un fiato, ma nulla più di questo.
Articolo del
16/02/2009 -
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