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I Tupolev sono un quartetto viennese di indefinito stile post rock, jazz, ambient, elettronica e classica. In effetti i quattro componenti del gruppo suonano pianoforte, basso e violoncello, tastiere, chitarra e batteria; la fa da padrone Peter Holy, il pianista, che occupa gran parte della scena sul disco, mentre gli altri strumenti fanno qualche capatina, si buttano nella mischia delle note melodrammatiche del piano di tanto in tanto. È una musica difficile da capire e da amare, da comprendere e da classificare, ma una cosa è certa: troppo classicismo nostalgico mascherato da qualche spruzzo di elettronica e ambient. ”Memories of Björn Bolssen”, loro secondo album dopo l’EP omonimo di qualche anno fa, è un album misterioso come le origini e la storia del gruppo, nemmeno internet aiuta. Buono almeno sapere che hanno suonato in tour con gli eccellenti Port Royal, ma le conoscenze non sempre bastano a garantire la qualità e se i Port Royal, più o meno affiancabili ai Tupolev come genere, riescono a piacere anche a chi non si intende di ambient e simili, “Memories of Björn Bolssen” non è un album per tutti, forse indicato solo per gli hardcore del genere e per chi apprezza una musica che fa tristezza. Per tutti gli altri andrebbero bene per una colonna sonora forse. Le parti più cupe e Scraping sono interessanti, ma non eccellenti, la sensazione è che si stia montando un tentativo di costruire crescendi e sorprese, ma in realtà le tracce rimangono piatte ed inconcludenti dal punto di vista della suspense narrativa della canzone, che ascoltata anche attentamente provvede solo a dare una colonna sonora al momento. In altre tracce il mix dei vari strumenti, anche se piuttosto casuale, è a tratti piacevole. La sensazione di essere di fronte ad una jam session è forte, come il disappunto nell’ascoltare più attentamente e capire che in realtà i movimenti e gli inserimenti dei componenti non sono affatto casuali, ma studiati in un pasticcio di fusione che sulla carta risulta interessante. Si sente il pianoforte, forte il basso e di sottofondo un po’ di elettronica, un pizzico di batteria jazz: non suona ambient, suona classico, nuovo e strano, ma comunque troppo classico, sia nelle melodie del piano che negli accodi di basso. La questione che più impedisce di apprezzare attentamente il disco rimane la casualità, la maniera abbozzata di creare una sinergia tra i vari componenti con poco successo in termini di continuità; l’esperienza che fino ad un certo punto è piacevole viene spesso bruscamente interrotta a sproposito. Piaceranno probabilmente agli hardcore, un po’ meno a chi ascolta questo genere di musica per rilassarsi e cullare la fantasia.
Articolo del
03/03/2009 -
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