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C'è qualcosa di troppo - anche se forse volutamente - premeditato, in quest'album. Al punto da farlo apparire in qualche modo forzato. Chè poi i Roulette Cinese abbiano una loro forza elettronica, la loro sofisticata eccentricità questo è un altro discorso. E’ che secondo la musica stessa, per quello che s'ascolta, l'album filerebbe maggiormente carico se puramente strumentale. Vale a dire, un'unica parte chiamata semplicemente Ibridomeccanico - il primo brano è infatti ispiratissimo, ma non si ha tempo di viverlo - alimentata dalla bellezza esclusiva della musica che in ogni caso in questo lavoro si ritrova in un'accorta ricerca di suoni ed idee acquisendo, appunto, una sua forza eloquente. C'ho messo davvero tanto per tentare di costruire una recensione che andasse al di là delle mie perplessità, e che soprattutto non restasse ingiustamente radicata nei soliti limiti di un 'no' banalizzato o un 'sì' forzato, ed il risultato è stato questo: il punto è che le parole di quest'ibrido meccanico, letteralmente parlando, ci sono tutte, come la musica, come le intenzioni, ma la comunicabilità resta un po' sotterrata. E' come se ci fosse quest'affascinante realtà parallela, della quale però si riesce solo a scrutare minimamente l'esistenza, senza poterci entrare. Come restare in superficie, almeno nella prima parte dell'album. Poi, magari, l'intento dei Roulette Cinese era proprio questo: spiazzare l'ascoltatore, lasciandolo naufragare in un universo parallelo privo di fine o soluzione, a fluttuare abbandonato e disarmato in questa realtà disarmante. Una cosa, però, mi viene da pensare. La prima volta che ho ascoltato questo cd, non l'ho capito. L'ho richiuso un po' intimidita pensandoci, ma senza attribuirgli un senso preciso. Poi ho smesso di pensarci, sino al momento in cui ho dovuto riaprirlo, sprofondando di nuovo nell'esigenza di trovargli un senso. E lì, qualcosa di diverso e un po' più lucido è saltato fuori, ma il punto è che non so ancora ora cosa sia. Sarà che, forse, quest'Ibridomeccanico va ascoltato e riascoltato e vissuto, ed ingoiato e soprattutto digerito. A me qualcosa dà. Mi suggestiona, mi porta altrove, anche se non so ancora dove. Mi mantiene su una linea retta ma flessibile - come se fosse elastica - ai lati della quale c'è il vuoto da una parte, e il totale Tutto dall'altra.
Articolo del
18/03/2009 -
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