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Che la musica sia la sua grande “passione” lo si capisce dal primo ascolto. Un album dignitosamente confezionato, melodie e arrangiamenti inequivocabili, persino meticolosi, una preparazione strumentale adeguata e una ricerca attenta del giusto equilibrio fra i brani. Potremmo parlare, senza esagerazioni, di un tentativo abbastanza riuscito di coniugare, con originalità, due grandi tradizioni musicali, d’altronde nemmeno tanto lontane, quella partenopea e quella brasiliana, all’insegna di un jazz distensivo, dai toni delicati, dai ritmi sobri e distaccati, dalle sonorità calde e mediterranee, tenue come un pastello, evocativo come un paesaggio osservato dal treno - appunto. Uno sforzo compositivo che è testimonianza di un durevole apprendistato musicale e di una serie di collaborazioni che spaziano dal jazz alla musica leggera al cantautorato (Giovanni Marino, Mario Castiglia, Alfredo Venosa, Paolo Sessa, Paki Palmieri, ecc. solo per citarne alcuni), che innestano, quasi inavvertitamente, la musica di Salvatore Schisanosul solco tracciato da grandi veterani quali Roberto Murolo, per quanto concerne la canzone d’autore partenopea, e Gino Paoli, per quanto concerne quella italiana, con un occhio di riguardo a Pino Daniele, soprattutto dal punto di vista strumentale, e un altro a Gigi D’Alessio, per il modo “accorato” e veritiero di narrare le proprie vicende “personali” ed esistenziali. Molto melodico ed intimista il brano “Che cos’è la vita”, mentre la title-track “In Treno” è pervasa di ricordi e sensazioni malinconiche (la batteria evoca il suono di un treno in movimento). La voce è tutto sommato adatta alle situazioni che vi vengono descritte, assumendo toni ora confidenziali ora nostalgici, ora riflessivi ora disinvolti. Tutto sembrerebbe filar liscio, insomma, quasi senza increspature, se non fosse che manca a mio avviso quel “pathos”, quel qualcosa di realmente entusiasmante, che sappia donarti delle emozioni vere, che non siano quelle soporifere e, a volte, senza carattere dell’intimismo fine a se stesso, come unico metro di misura. In altre parole - e vengo al dunque - i testi, sia pur apprezzabili nel loro insieme, sono troppo “lunghi”, col risultato di “sacrificare” la musica, privandola al contempo di slancio e autentico “lirismo”. Un difetto che con alcuni piccoli ritocchi potrebbe essere accomodato, con ben altri risultati.
Articolo del
03/04/2009 -
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