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I Groovers dichiarano d’essere depositari di un rock “radicato nel sociale”. Si collocano non senza ragione nell’ambito del cosiddetto “blue-collar” e del folk-rock anni ’60, Bob Dylan innanzitutto, e ancor prima di lui il grande e leggendario Woody Guthrie, vero e proprio capostipite del genere. L’ultima fatica discografica (preceduta da lavori peraltro interessanti quali “Songs for the Dreamers” del 1993, “Soul Street” del 1995, “September Rain” del 1997, “That’s All Folks!” del 2000 e “Do you remember the Working Class?” del 2001) sembra testimoniare, in maniera più o meno esplicita, tale appartenenza. In “A handful of songs about our times vol. 1”, infatti, ritornano insistentemente i temi del lavoro e della fabbrica, affrontati con spirito di consapevole coinvolgimento emozionale. E’ una raccolta di ballate, di canzoni a metà strada fra il rock’n’roll ed il folk di protesta, le cui sonorità si aprono a contaminazioni di tipo “noise” e “psichedelico”. Sono evidenti gli influssi di gruppi come gli Eels o i Wilco. Personalmente mi è parso di ravvisare non poche analogie con i Wilco: il disco sembra evocarne spazi e situazioni “interiori”. Musica “meditativa”, dunque (non nel senso New Age o Ambient), che parla di dignità del lavoro e di relazioni umane, di delusioni e di speranze, fra luci ed ombre. A parte talune indecisioni a livello strumentale ed esecutivo, che non pregiudicano in ogni caso il risultato finale del lavoro, ciò che mi ha “positivamente impressionato” è la voce del cantante: pacata, commossa, persino dolce e confidenziale, se pensiamo a certi logori cliché che pretendono oggi, anzi impongono, per un certo tipo di musica, l’urlo rabbioso e deliberatamente anticonformista. Interessante infine il gioco di chiaroscuri, di atmosfere e attimi di suspance che si susseguono l’un l’altro attraverso iterazioni cicliche, interrotte da improvvisi sbalzi di temperatura e cambiamenti di umore, il che rende interessante ed eterogeneo il materiale sonoro, alternando lo stile che abbiamo definito “blue-collar” ad una psichedelica di chiara derivazione “wharoliana” - tanto per rimanere in tema di “Factory”. Insomma, non una “grande novità” nel panorama del rock italiano, ma senz’altro un gruppo da tenere sott’occhio.
Articolo del
29/07/2003 -
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