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Non è affatto vero, come molti sostengono, che la musica italiana finisca sempre per rimanere una battuta indietro rispetto alle mode che arrivano a ondate periodiche dal Regno Unito e dagli States,. La prova è questo “The Rebirth”, promettente risposta dei Taster’s Choice alla diffusione del cosiddetto nuovo metal. I Taster’s Choice, nati nel 1999 da un progetto di quattro amici livornesi, provengono dalla scena crossover e hanno già realizzato un album di discreta fortuna, "Shining", nel 2005. Il tempo intercorso tra i due lavori è giustificato dalla stessa band con l’esigenza di realizzare un disco all’altezza delle attese del pubblico, e del mercato; ma, ascoltando i brani di "The Rebirth", si capisce subito come al progetto Taster’s Choice siano state apportate delle modifiche strutturali importanti, che orientano la band verso uno stile più variopinto e ricco di influenze. Loro lo hanno definito Tribal Metalcore; in realtà si ha l’impressione che il gruppo toscano si spinga ad esplorare più il territorio degli InFlames di Colony, o degli Atreyu, che non quello dei Sepultura. Il nuovo stile dei Taster’s Choice, quindi, si colloca benissimo a cavallo tra metalcore e nu metal e la struttura delle tracce lo conferma: quasi tutte sono costruite su strofe urticanti e distruttive, in cui allo scream e al growl di Daniele Nelli fa da contrappunto una seconda voce rappata, e ritornelli accattivanti in cui il vocalist ha modo di mostrare anche notevoli doti melodiche oltre che di potenza. Fanno eccezione gli ultimi tre pezzi: la title track, una melanconica ballad acustica, una cover – un po’ spiazzante, a dire il vero – di Stevie Wonder, e The Rebirth 0, in cui trova spazio l’elemento elettronico. La presenza di inserti elettronici e di un dj fisso nella band è un’altra caratteristica importante nell’economia dell’album, in cui il gioco di synth e loop riavvicina la band ai canoni tradizionali del nu metal. Il primo singolo "Make Your Game" (corredato peraltro da un bel video, regalo di una produzione accuratissima) ha grinta sufficiente, ma non vale le successive "Wallblast", "Our Symphony" e "Soundtrack Of A Violence", una sequenza di sessioni ritmiche indovinatissime e chitarre all’arsenico. Va detto che, come spesso accade con questo genere musicale, i Taster’s Choice non inventano nulla di nuovo o di sconvolgente, e forse qualcosa di più poteva essere fatto a livello compositivo, trovando altre soluzioni; ma per il momento possiamo dire che c’è del buon materiale su cui lavorare. Alla prossima!
Articolo del
01/07/2009 -
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