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I Tecnosospiri arrivano alla loro terza pubblicazione, e lo fanno con un disco confuso nei suoi contenuti. “I Lupi” è un disco fruibile, ma che nel suo “concept” rischia di prendersi troppo sul serio, annegando nella mancanza di sostanza. La produzione artistica di Amerigo Verardi apporta spessore musicale al suono della band laziale. Il mood del loro pop risulta semplice, schietto e fin troppo senza sbavature, e conferisce alla band un tiro slanciato e strutturato. Spingono su bassi compressi, che ne escono a volte roboanti senza lasciare alcuna dispersione. Dalle prime due tracce (“Lo Stato in Crisi”; “Varsavia”) è evidente l’apparato wave formulato dalle chitarre elettriche, accentuate da una cassa spesso in 4/4. Un disco del quale rimane difficile trovare un motivo tanto per farselo piacere, quanto per disprezzarlo. Verardi arrangia efficacemente i brani, ma apporta un’impronta troppo simile ai suoi lavori fatti in passato con i Baustelle. “Senza Fine” introduce e calca uno degli elementi di similitudine con la band di Montepulciano: la seconda voce femminile ad accompagnare timidamente quella di Daniel Marciano. Analogie che nella loro formula sorniona del coniugare cantautorato italiano ad un french touch si ritrovano in “Luce”. Appetibili clap hands, coretti ruffiani e accenti grammaticalmente sbiascicati si disseminano lungo tutto il disco. Piatta quanto le ballatone dei Finley, credibile quanto i Lunapop e odierne band di TRL, la title track lascia perplessi nella sua scialba metafora dei potenti Lupi che sbranano l’ingenuo gregge popolare . Revival vintage come in “Sarajevo”, dove comprimono di sintetizzatori i ritmi più dancy degli anni sessanta. Nel cantato in inglese di questo brano esce fuori la musicalità e la leggerezza che il loro cattivo uso della lingua italiana non permette. Nei termini (reclame, città dell’Est, frasi in francese, scarpe Converse), nelle tematiche(l’odierna società in crisi, storie e ricordi nostalgici di decadi passate, infanzie anni 90), nelle citazioni (Pier Paolo Pasolini) e nell’interpretazione vocale (cadenza annoiata e decadente) appare fin troppo evidente la lezione appresa dallo stile compositivo di Francesco Bianconi dei Baustelle. La freschezza mirata all’orecchiabilità e allo smuovere la testa si ritrova nei giri power pop e nella batteria di “Genocidio”. Un disco che scorre liscio come l’olio, fin troppo liscio. “I Lupi” è un album che arriva fuori tempo massimo; i Tecnosospiri peccano di mancanza di personalità e di qualcosa da dire necessariamente. Sgraziati nell’uso delle parole, privi di nessi logici nella costruzione delle frasi, ricchi di retorica nell’affrontare gli argomenti d’attualità. Utilizzano un linguaggio finto provincial-generazionale attraverso il quale si fatica a riconoscersi. Un disco che si riempie la bocca di citazioni senza peso. Con “Sentieri Interrotti” e “Quanto Peso” i Tecnosospiri dimostrano però una piacevole ricerca melodica e una costruzione sintattica interessante, che fanno ben sperare sulla produzione futura della band. Facilità che alla lunga stanca, mostrando debolezza e poco incisività. Senza infamia ne lode, tutto suona già sentito. Tanto orecchiabile quanto noioso. Rimandati alla ricerca di un loro perché.
Articolo del
12/08/2009 -
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