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Ogni genere musicale, preso nella sua elementarità, che prescinde da sottogeneri ed ibridazioni, si differenzia dagli altri per un serie di caratteristiche individuali che vanno dalla strumentazione al canto agli effetti speciali. Un assolo di jazz implica quasi sempre un elevato grado di conoscenza strumentale ed è diretto ad un pubblico di livello culturale medio-alto, mentre un assolo di chitarra rock può essere duro o malinconico, e rivolgersi ad un pubblico d’estrazione indifferenziata. Il blues no. Il Blues è una musica per pochi eletti, laddove per “pochi” non è da intendersi un gruppo di iniziati od intellettuali fuori dal mondo, bensì, molto più selettivamente, un gruppo di “amici”, di “appassionati” del genere. Non è un caso che proprio il blues abbia dato origine al fenomeno delle cosiddette “jam-sessions”, che sono all’origine di gran parte della cultura “fusion” e “live” attualmente esistente, fenomeno che si potrebbe analizzare come il “piacere di suonare per il piacere di suonare”. Una tautologia, certo, che evidenzia in ogni caso un aspetto tutt’altro che trascurabile dell’esperienza blues: la stretta fisicità del rapporto fra musicista e strumento. Il altre parole, il concerto dal vivo diventa occasione per poter esprimere efficacemente questo tipo di rapporto, per poter liberare le proprie tensioni interiori, i propri sentimenti repressi, il proprio pathos, attraverso il “piacere della musica”, dell’assolo a volte maniacale a volte divertito, ma sempre in ogni caso coinvolgente. I Texas Special suonano così, senza grandi pretese, se non quella di suscitare il divertimento del pubblico e degli stessi musicisti. Molte sono le cover, soprattutto quelle dedicate S. R. Vaughan, vero e proprio nume tutelare, ma non mancano altre fonti d’ispirazione, Buddy Guy e John Lee Hoooker, per non parlare di certe analogie con Jonny Winter e le sue incontenibili dirompenti performances live, ed ancora un certo tipo di rock’n’roll rivisitato alla maniera blues o la splendida cover di “Superstition” di S. Wonder. Il blues italiano pare muoversi sulla scia tracciata, con passione ed incisività, da uno dei maestri del genere, Roberto Ciotti; ma molti sono i percorsi nuovi, tentati principalmente dalle piccole band, non privi di un certo fascino. I Texas Special si pongono indubbiamente fra coloro - bisogna dargliene atto - che scelgono di divulgare il blues esprimendosi in maniera semplice e spontanea, privilegiando lo spirito di gruppo, i ritmi pimpanti, le “schitarrate” amichevoli, tanta gioia di vivere e musica tutto sommato ben confezionata da godere tutto d’un fiato.
Articolo del
01/09/2003 -
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