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Kaufman
Interstellar College Radio
2009
Mizar Records
di
Marco Jeannin
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Ho sentito da qualche parte che qualcuno considera la scena musicale indie bresciana come la migliore dopo Bologna e Firenze. Chi conosce la città probabilmente sa meglio di me che effettivamente di gruppi buoni ce ne sono e il fermento è palpabile. Il passo successivo però, il salto di qualità da buono a ottimo è notevolmente impegnativo e la domanda è: ci sono band in grado di giustificare cotanta nomea? I Kaufman probabilmente sono una delle risposte più immediate e plausibili.
Interstellar College Radio è l’album di debutto dei Kaufman per la Mizar Records, un disco molto interessante e ottimamente prodotto (masterizzato presso gli Sterling Sound di New York da Chris Gehringer già al lavoro con Madonna, Rihanna e Amy Winehouse, mica poco) che mette sul piatto dieci pezzi (la durata perfetta) in grado di dare un’idea precisa di cosa i Kaufman propongono e di cosa ci si deve aspettare nell’immediato futuro. Perchè per dire che il secondo album è quello più difficile prima bisogna uscire con un primo album di un certo livello. In bilico tra i Counting Crows, Fools Garden e i Lemonheads, i Kaufman suonano bene d’estate e d’inverno, dipende dall’umore con cui li si prende: senza troppi pensieri o colmi di nostalgia. Ottime melodie pop rock di base, su cui spiccano dei testi interessanti. Dal singolo Smile Smile Smile passando per la ballata Don’t Blame e per la freschezza solare di Empathy si ha la netta sensazione che questa musica è l’ideale per il college interstellare che i nostri hanno in mente. Stati Uniti di Brescia insomma, campus di nuove melodie in costante crescita. Sotto l’aspetto dell’omogeneità, l’album è compatto e coerente, una cosa non da poco che permette ai Kaufman di costruirsi una cifra stilistica ben definita e si sa, di questi tempi avere un’identità precisa non è cosa da poco. Scorrendo la tracklist meritano sicuramente più di un ascolto la bella Bubblegum e la doppietta finale che chiude in bellezza Clothes On The Ground, il pezzo migliore per quanto riguarda il sottoscritto, e Spiders, malinconica e atipica nel suo incedere elettronico che la rende un vero esperimento riuscito. Detto questo ci sono un paio di appunti da fare. Stabilita l’innegabile bontà dell’album, va detto che non avrà certo vita facile vista la scelta di mantenere l’inglese (ottimo) come lingua per il cantato. Purtroppo dalle nostre parti funziona ancora poco per quanto riguarda le band nostrane di questo genere e spesso compromette progetti di partenza molto interessanti. L’augurio è che non si trasformi in un limite invalicabile. Un limite che può essere superato trascendendo i confini del genere come appunto nella conclusiva Spider: in questo senso l’inglese funziona meglio e suona più adatto. Squisiti nel fare indie pop, ma lo spunto finale mette davvero la pulce nell’orecchio.
Tanti ottimi spunti dunque, un paio di chicche e qualcosa da migliorare: quello che ci si dovrebbe normalmente aspettare da un primo album come si deve. Se li godano i bresciani.
Articolo del
01/09/2009 -
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