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Accendere la tv in un pigro pomeriggio estivo, e soffermarsi su una di quelle assurde reti private regionali, che trasmettono i video musicali dei peggiori parenti dell’Orchestra Casadei, è un’ esperienza imbarazzante quasi quanto ascoltare questo disco. Basta aver presente quelle riprese amatoriali, con tanto di dissolvenza dilagante, con effetto trasognante (quasi mortuario), arricchite da un evidente playback, sullo scorcio di una qualsiasi Sorrento rigorosamente in fotomontaggio, per farsi un’idea della dimensione di questo album. Scene tanto care ai matrimoni più pacchiani, che Carmine Torchia semplifica proponendo un “cantautorato” folk annacquato e malamente strimpellato. Intriso della canzone melodica partenopea, Carmine è melenso come stesse sussurrando qualche brandello di Gigi d’Alessio, con testi paragonabili a filastrocche no-sense. Brani talmente banali da far risultare fantomatiche canzoncine per bambini dell’Albero Azzurro, cantate da Giovanni Muciaccia di Art Attack, intrise di geniale inventiva. Chitarre pizzicate, mandolini e andamenti da sagra paesana che miscelano senza mestiere pastrocchi di lambada, pizzica e bachata da ancheggiamento soft…. Un disco imbarazzante che fa ridere dalla perplessità che crea. E’ un evento più unico che raro far rimare decoupage con new age, eppure Carmine Torchia in “Ritratto di un Omino Niente Male” ci riesce. Incapacità interpretativa e composizioni ridicole (“Parto con la cinquecento blu, la targa vecchia mi fa sentire su, non come quelle nuove:AA,BB,CC, ma solo CatanZaro,si,si,si,si,si!” sempre da “Ritratto di un Omino Niente Male”) Rimasugli di fisarmoniche e un linguaggio desueto che oltrepassa i limiti della credibilità. “Mi Pagano per Guardare il Cielo” è un disco antiquato, tanto quanto le foto e gli acquarelli presenti all’interno del booklet. Rime forzate all’inverosimile e un lessico che sprofonda nell’insensatezza totale, accompagnato da verbi inventati di sana pianta (“L’orologio Lancetta i Minuti” , “Mi Svogli Questa Voglia di Dormire”) e da una dizione da revisionare alla radice (come i “castagnèti” di “Eccoti ”). Qui non si parla di licenza poetica , ma di orrori lessicali! Nulla a che vedere con la profondità popolare del folk cantautoriale della tradizione calabrese, terra dalla quale Carmine proviene. Non canta nella preziosa sfumatura del dialetto; Carmine Torchia compone e declama male le sue canzoni, lasciando l’ascoltatore basito. Più che di antico odor pregiato, questo disco puzza di vecchio stantio. Obsoleto.
Tracklist: 1-Eccoti 2- Ritratto di un omino niente male 3- L’astronomo 4- Nessun dio… 5- A mezzanotte sui portoni 6- Le tele 7- Lui vuole fare il rumorista 8- Trema la foglia. E tu? 9- L’esercito dei derelitti 10- La controfigura 11- L’odore dei mandarini
Articolo del
13/09/2009 -
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