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I Resurrecturis sono una delle realtà più peculiari nel panorama metal italiano: pionieri del death metal in tempi in cui qualunque esperimento musicale tendente all’estremo era considerato quanto meno azzardato, sono riusciti ad emergere, e a rimanere in sella per circa vent’anni. Pur attraverso varie trasformazioni, hanno sempre mantenuto alti i loro standard qualitativi, fino al punto di eccellenza raggiunto con il bellissimo The Cuckoo Clocks Of Hell del 2004. Successivamente della band si erano perse le tracce, tutto quello che si sapeva era che all’interno del gruppo erano sorti dei problemi che avevano impedito la prosecuzione del progetto. Ora Carlo Strappa, chitarrista, fondatore e anima dei Resurrecturis, è tornato con una formazione completamente rinnovata e con un album, "Non Voglio Morire", che si presenta, anche visivamente, come un pezzo da collezione per gli affezionati della band: artwork originalissimo, confezione impeccabile e tanto di DVD di accompagnamento. Il filo conduttore che emerge chiaramente in "Non Voglio Morire" è il rapporto dell’artista con il suo lavoro e con il mondo che lo circonda. Il tema è dominante nei testi e la sua importanza appare ancora più evidente guardando il videoclip e il making of di "The Fracture", entrambi contenuti nel DVD. Come sempre, la parte “visiva” tende a trarre in inganno l’ascoltatore se non si ascoltano attentamente i brani: non è un vero e proprio concept album, piuttosto l’autobiografia del musicista Carlo Strappa. "Non Voglio Morire" racchiude la maggior parte delle influenze subite dai Resurrecturis nel corso degli anni, dal grindcore alla Carcass o alla Napalm Death alle ricercatezze del metal moderno. Tutti questi input sono poi arrangiati in una chiave death facilmente riconoscibile (si potrebbe fare un parallelo con gli In Flames di Come Clarity), ma ciononostante l’album risulta comunque un po’ nevrotico. In "Prologue", per esempio, Strappa&co. adottano delle soluzioni abbastanza soft rispetto alle successive "Fuck Face" e Corpses Forever, più legate al periodo grindcore della band. The Artist, a metà strada tra gotico e new wave, si distacca completamente dagli altri brani. Da Save My Anger in poi si nota la svolta verso il death metal nordico moderno, caratterizzato da una certa ricerca della melodia: si noti l’intro di chitarra alla Metallica di "Calling Our Names". Alcune tracce, in particolare "Save My Anger", "Calling Our Names", "The Fracture", centrano decisamente il bersaglio, altre meno, come la ballad conclusiva "In Retrospective" che quadra poco con l’atmosfera generale. Nel complesso, rimane tuttavia un ottimo album, che mantiene un buon ritmo fino alla fine, pur lasciando spazio alla grande perizia tecnica di Strappa.
Articolo del
24/11/2009 -
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