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Ha richiesto una lunga gestazione, ulteriormente complicata dagli immancabili problemi tecnici e logistici; finalmente ”Maze Of Time”, debutto ufficiale degli Astras, ha visto la luce, e ha collocato automaticamente la band toscana tra le più interessanti nuove realtà dell’heavy italiano. Il concept dell’album ruota intorno ad un personaggio, Astras appunto, protagonista di una saga firmata da Almanegra. Il gruppo dell’ex Athena Alessio Mosti ha creato la colonna sonora della storia, confermando così che la felice liaison tra letteratura fantasy e heavy metal non conosce crisi. In verità, basta uno sguardo al booklet e alla grafica impeccabili, per capire il perché di un’attesa tanto snervante: è evidente che gli Astras non hanno lasciato niente al caso, e che hanno lavorato alacremente per cucire alla perfezione musica e storia. L’impressione di trovarsi di fronte a un lavoro di alto livello, addirittura vagamente maniacale nella cura dei dettagli, della registrazione e degli arrangiamenti, cresce sin dal primo ascolto. L’ispirazione principale degli Astras è di chiara matrice New wave of British heavy metal (palese l’influenza di ”Seventh Son Of A Seventh Son” degli Iron Maiden), pur non disdegnando altisonanti note power metal alla Hammerfall, e neppure qualche contaminazione prog; del resto il chitarrista Mike Bertoli ha lavorato con Eugene Simone degli Eldritch, la band più rappresentativa del progressive italiano, e la mano del geniale maestro si sente particolarmente nei riff di ”Flashback” e nella strumentale ”Dark Minds”. E’ nel suo elemento anche il singer Alessio Mosti: la sua voce dal timbro alto e potente, simile nell’impostazione a quella di Tobias Sammett (Avantasia, Edguy), va a nozze con questi epici midtempo. La prima parte di ”Maze Of Time” contiene pezzi più tirati, come la opener ”Guardian Of Danger”,”The Incredible Light” e la title track: brani molto tecnici e carichi, che portano alla ribalta anche la sezione ritmica del bassista Marco Gozzoli e del batterista Bruce Di Pede. Ma ad emergere è la bellissima ”Tears From Paradise”, indubbiamente melodica ma di grande impatto emotivo. Il ritmo rallenta nella seconda parte, con la ballad ”Born To Fly” e l’intermezzo strumentale di ”Dark Minds”. ”The Secret Of Laedyan” chiude l’album con gran classe, con una complessità di stili che richiama alla mente i grandi Queensrÿche. Difficile pensare a un debutto migliore, o anche semplicemente muovere critiche ragionate a “Maze Of Time”. Un solo dubbio è d’obbligo: a fronte di un lavoro di questa portata – variopinto, ricercato, ragionato -, che ha richiesto anche tempi di produzione notevoli, come si comporteranno gli Astras quando sarà il momento di cimentarsi in qualcosa di più immediato ed istintivo? Ai posteri l’ardua sentenza, anche se siamo certi il bagaglio tecnico del quartetto è garanzia di qualità anche in sede live, che è il vero banco di prova per qualunque band metal degna di tale nome.
Articolo del
28/01/2010 -
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