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Vanara
Light And Shades
2009
CD autoprodotto
di
Carlo Alberto Baldi
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Sappiamo tutti come funziona in Italia: “basta che vende”, concetto alquanto strano giacché generi molto più commerciali qui non vanno. Si può dire che nel nostro Paese esiste un mondo musicale a se stante, fatto più che altro di musica leggera, ma grazie al cielo esiste una fortissima scena “underground” che sforna gruppi dei più svariati generi, anche se poi malgrado ci sia qualità, le band rimangono intrappolate in questo “mondo parallelo”. I Vanara fanno parte della scena Alternative (termine che oramai ha perso significato, visto l’uso smodato con cui la gente tende a indicare qualsiasi genere rock di oggi). Dopo aver letto la loro biografia, pensavo di trovarmi davanti ad un gruppo di stampo Classic Rock o Hard Rock, ma mi sbagliavo. Lo stile di questo gruppo strizza l’occhio ai primi anni ’90: un rock con sonorità grunge/metal in pieno stile Alice in Chains, definizione che va presa con le pinze perché il gruppo ha una sua identità. Se le atmosfere di “Layne Staley & Co.” erano sull’angosciante andante qui ci troviamo di fronte ad uno stile un po’ più caldo e meno “depresso”, ma comunque con sfumature “cupe”, che spesso si avvicinano al sound di Jeff Buckley (soprattutto prendendo in considerazione il live del 1995 a Chicago). Il cantante della band si muove su linee melodiche che sono una via di mezzo tra i primi Soundgarden e i già citati Alice in Chains, ha una buona pronuncia inglese e una voce che negli alti è simile al cantante dei Grand Funk Railroad, Mark Farner. “Definitive Circle” è il brano che apre l’EP. È diviso in tre parti dandoci subito una panoramica di quello che sono i Vanara: un genere che si muove agevolmente tra pezzi hard potenti e altri soft più d’atmosfera sempre abbastanza cupa. Il secondo pezzo, più ritmato del primo, è “Let Me” che potrebbe essere l’ipotetico singolo dell’EP poiché è quella più standard, quindi radiofonicamente più adatta. Segue “Dismay” il più lungo, un ballatone di sette minuti belli intensi. “Toysland” invece è bella potente con riffetti arabeggianti alla Jerry Cantrell, che vanno ad alternarsi con veri e propri riffoni di stampo metal, un sali e scendi di atmosfere che catturano l’ascoltatore. La quinta canzone, “Eyes Without Life”, è forse la più heavy mentre Il brano che chiude l’Ep è “Sweet Oblivion”, che nonostante sia stato registrato in casa un anno prima, non si distanzia troppo dal mixaggio completato tra gennaio e marzo 2009, ed è un ottimo mix di chitarre acustiche ed elettriche effettate, però un po’ monocorde e alla lunga può risultare stucchevole; sarebbe stato meglio accorciarla facendola durare circa due minuti. Rimane comunque un ottimo modo per chiudere questo demo che sicuramente rappresenta un buon esempio di quello che è il panorama underground italiano.
Articolo del
14/02/2010 -
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