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Primo impatto del lavoro visivo-strumentale; la scelta dell’artwork, molto spesso viene tenuta al margine minimale della considerazione generale di un “prodotto” artistico, quale è un cd. Mi stupisce come, in questo caso, il progetto grafico-visivo sfugga, molto spesso spettatori di abituali cover coloristiche e barocche! Ma son proprio le refrattarie (sia allo sguardo che a qualsiasi logica spaziale) linee bianche che conferiscono velocità e dinamismo allo sfondo in cui si stagliano testi e immagini. Tutta questa digressione, apparentemente pleonastica, è complementare, se non endogena, alle “linee” stilistiche del gruppo. “I Maniaci” lombardi, bramosi del fiele punk-rock, cercano di stagliare nei ricettori individuali dell’ascoltatore queste linee anemiche, che in suono si traduce in velocità, dinamismo (e non siamo di fronte ad una scultura futurista!), chitarre graffianti, linguaggio semplice, minimale. Una struttura che non si lascia persuadere da variazioni pindariche, infatti lo schema è mono-tono: strofa, ritornello, strofa (il groove regna sovrano!). Variazioni strumentali, fra lo scivolare suddette parti, e aggressività limosa, che sembra esplodere nei ritornelli. I testi si presentano dalle vesti decisamente punk, in cui si recepisce realmente la fregola di spaccare e urlare tutto e in faccia a tutti; esemplificativo in tal senso risulta ”Crash”, prima traccia (“Crash against the grace of the volume, hell goes up with music today”). C’è chi potrebbe sottolinearne l’aspetto eccessivamente elementare e semplicistico, ma menzioniamo i due ingredienti in cui venne irretito il punk negli anni 70: aggressività e tecnica esecutiva minima, se non irrisoria. I “Maniacs” sfondano quel solco indie esclusivista un po’ snob, proprio per la loro orecchiabilità e accessibilità; a tal riguardo l’augurio è che il trio maniacale infondesse un po’ di vibrazioni all’ossuto e virgulto ascolto musicale mainstream.
Articolo del
07/02/2010 -
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