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Volendo liquidare la musica dei D.S.E. in quattro righe, come si sarebbe tentati di fare quando si è sepolti da mucchi di lavoro arretrato, per lo più lettere di gruppi o artisti sconosciuti che ancora aspettano una risposta, una parola di incoraggiamento, una recensione, la si potrebbe definire un misto di influenze post rock e controllata psichedelia. In realtà, questi ragazzi di Bergamo si fanno ascoltare con piacere. Vi sono diversi momenti del CD in cui l’attenzione si sofferma su particolari che generalmente sfuggono ad un primo ascolto (il primo fugace ascolto di routine). A parte l’influsso degli Ulan Bator, che mi sembra evidente, e sul quale bisognerebbe aggiungere che laddove esso si manifesta in modo moderato, non vessatorio, la musica ne trae vantaggio, altrimenti si ottengono risultati tediosi, un coacervo di dissonanze gratuite, che forse sarebbe meglio lasciare ai cugini d’oltralpe, più dotati per questo tipo di musica (si pensi ai vecchi Gong o ai Magma), mi paiono altrettanto evidenti, sebbene discontinue e sparpagliate, le influenze dei Pink Floyd (beninteso quelli di “The Piper at the Gates of Dawn” e dintorni), dei Cure, degli Einsturzende Neubauten (gettonatissimi in Val Padana) nonché dei Police (la sezione ritmica). “Dulcis in fundo” aggiungerei, a questa lista, i King Crimson, quelli di “Red”, “Islands” e “Starless and Bible Black”. Il sesto brano “Alveo” è infatti bellissimo, tutto impostato su di un tipo di “suspance” di chiara matrice crimsoniana, sul quale si innestano via via giochi elettronici, effetti speciali, un ritmo incessante alle Police ed una voce che sembra evocare distanze oniriche. Il secondo brano “Well” riprende invece un testo di Captain Beefheart, ma il riferimento è da intendersi in una prospettiva più ampia che coinvolge, oltre alle parole, la musica: basti pensare all’esecuzione “tremula” dell’organo hammond, adoperato disinvoltamente anche da gruppi come i Coral, segno evidente che l’attuale interesse per un artista come Captain Beefheart è tutto sommato il frutto di lavori assolutamente geniali e precursori nel tempo come “Trout Mask Replica”. Ed ancora “0”, una dolce ballata contraddistinta non soltanto da un leitmotiv orecchiabile, ma da una eleganza epica e commovente. Suggestivi infine anche gli altri brani, mentre i momenti di incertezza o ripetizione sono da considerarsi nel complesso sporadici. Un album in definitiva ben fatto, accattivante, a sprazzi persino bello, che si lascia ascoltare, come già detto, più di una volta: cosa che costituisce, nel panorama spesso monotono e privo di autentiche novità della musica contemporanea, un traguardo più che invidiabile!
Articolo del
07/10/2003 -
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