|
Non hanno intenzione di andare per il sottile i Delyria, band grossetana attiva dalla fine del 2005, che si è già segnalata all’attenzione del pubblico grazie a due EP ben accolti anche dalla critica. In questo primo full-length ”Regression In Mind”, curato dalla SG Records, si rintraccia parte della tracklist di ”Tales From My Abyss” del 2007; il confronto tra i due album mette in risalto quanto i due anni trascorsi abbiano giovato ai Delyria in termini di sound: li si sente più cattivi, più tecnici, più completi, e questi naturalmente sono tutti punti a loro favore. Ma l’arma vincente di “Regression In Mind” è l’incrollabile coerenza che unisce musica, parole e tematica (pur senza farne l’ennesimo concept album di cui nessuno sente il bisogno), scrivendo un capitolo credibile nella storia della band. Apprendiamo, ad esempio, che i ragazzi sono grandi fan del regista di horror italiano Michele Soavi (il nome Delyria richiama il titolo di un suo film), il cui immaginario è stato per loro fonte di ispirazione nella stesura dei brani. Chiuso il capitolo delle curiosità, parliamo di musica, e iniziamo col dire che, se siete in cerca di potentissimo death metal, di quello che va dritto all’obiettivo, colpisce e distrugge, siete nel posto giusto. Ma - poichè non di solo death vive il metallaro - i Delyria movimentano il loro bel sound con innesti che vanno dal thrash anni ’80 (ad esempio gli Overkill più estremi, ma anche gli Slayer, questi ultimi specialmente su “Eternal Slaves Of The Mirror” al melodic death stile InFlames, fino, in alcuni passaggi, ai Pantera di ”Vulgar Display Of Power”. Questi eredi di Chuck Schuldiner ci sanno davvero fare, a cominciare dal vocalist Andrea Germinario, che con la sua voce aspra e rabbiosa dà un grande contributo di personalità all’album. Chitarre in grande spolvero, ovviamente, con Giancarlo Lucheroni e Fabio Barbetti: i loro riffing tempestosi dominano su tutto, e investono l’ascoltatore come un treno in corsa specialmente nella opener ”Empty End For An Empty Man”, in ”Life Under Rotten Skies”, e ”Eternal Slaves Of The Mirror”. Per quanto riguarda ”Fall”, uno dei pezzi di maggiore impatto, sono proprio le chitarre a creare un gioco di melodie drammatiche e angosciose, che addolciscono, senza snaturarli, i ritmi massacranti dettati da Francesco Angelini al basso e Daniele Cavalli alla batteria. Questi ultimi si guadagnano l’onore della ribalta nella brutale accelerazione che spezza ”Artificial God Dimension”, altro lavoro notevole. Incursione tra i sentieri della mitologia greca con ”Engraved In A Web Of Hate”, sulle tracce del mito di Aracne. Bene anche il midtempo vario e altalenante di ”Eulogy, Dark Omega” con il suo utilizzo interessante delle clean vocals, e la chiusura ”Lost”, sei minuti di metallo duro e puro. Per quanto riguarda i temi, ricorrente è quello della libertà… E qui i Delyria non le mandano a dire a nessuno: i loro testi disegnano un mondo sopraffatto dalla disperazione, in cui l’unica salvezza per l’uomo è rappresentata dal ritorno a se stessi, attraverso una progressiva spoliazione dalle sovrastrutture che lo opprimono (metafora a cui si ricollega anche la bella copertina, disegnata dall’artista francese Eric Lacombe). Tutto già sentito? Può darsi. Ma, se l’originalità conta, non è l’unico fattore che permette di fare bene nel mondo del metal. Servono altre qualità, e i Delyria, pur non rappresentando alcuna novità sconvolgente, dimostrano di averle in abbondanza.
Articolo del
03/03/2010 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|