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Quel minuscolo pezzetto di terra tra le colline di Lagna è stata fonte di ispirazione non solo per il nome di questo trio: Filippo Cavallo, Lucio Disarò e Emiliano Fissore, originari della provincia di Cuneo, o meglio i Santarè. Dal loro esprimersi in musica infatti, traspare il desiderio di fissare un ambiente immaginario al loro lavoro, si capisce chiaramente che non puntano solo a fare musica, ma anche a creare quello scenario di fronte agli occhi dell’ascoltatore nel quale perdersi affascinati.
”7” è il loro primo disco autoprodotto, al momento disponibile solo in rete o sul loro Myspace, e contiene appunto solo 7 tracce abbastanza lunghe dopotutto, che soddisfano. Per poco non era “6” (!) che, come vuole qualche strana mitologia, indica il numero del diavolo... 7 però, non va poi molto lontano da ambienti un pò cupi, ruvidi, bui, che nascondono personaggi e solitudini nascosti e qualche frame inquietante qua e là. La loro musica è inclinata più che altro al pop di primo impatto piacevole, all’uso di qualche effetto elettronico che risulta comunque sempre secondo alla bellissima presenza fissa della chitarra elettrica, spezzata a volte da un leggero pianoforte, ma nasconde una seconda anima, che scorre su binari silenziosi, lenti, effetto inconscio. Il disco si inoltra in territori solitari, quasi abbandonati, tra colori tenui bluette effetto cielo o mare prossimo alla tempesta (come suggerisce la stessa copertina), dove ogni minimo suono tuona e dà sensazioni visive, come lo scricchiolare di una sedia a dondolo nel finale di ”Terreaonde”. Storie di “qualcuno” di non ben definito ”Venduta”, molto probabilmente volutamente anonimo. E’ questo quello che vuole essere forse la musica dei Santarè, affascinante e anonima. La loro musica, le loro parole sono nascoste e a loro volta nascondono qualcosa ma è questo il vero fascino di questo mini disco, che a tratti tocca lo psichedelico. Ascoltarlo decine di volte non basta, continua ad essere sommerso in chissà quale abisso misterioso e di chissà quale natura, ma fa scoprire, assaggio per assaggio, la dimensione dei Santarè, da picchi di pop della apripista ”Come Aria” a qualche tocco di buona e leggera inquietudine con la già citata ”Terreaonde”, che cerca l’orecchiabilità (trovandola) in qualche ritornello in inglese o “tu tu” sparso, e si lascia andare in un abbandono romantico con la finale ”Semplicemente Un Fiore”, con un inizio da paura ma che poi sfocia in un dolcissimo pianoforte protagonista di un ritornello: “ … che tu sia per me, finchè vivrò, parole nuove, che tu sia per me finchè vivrò, tu sia per me semplicemente un fiore ...”, per accontentare gli uditi più classici e sentimentali.
Affascinanti nel mischiare colori, ambientazioni, generi musicali e nella loro personale e pittoresca capacità illusionistica.
Articolo del
29/03/2010 -
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