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“Ma che bravo!”: ecco le parole che, senza alcuna ironia, mi sono trovato più e più volte serissimamente ad esclamare tra me e me durante la lettura di questo monumentale viaggio tra i testi di David Bowie. Non completo, come vuole la natura della collana “TxT”, ma con tagli operati opportunamente là dove la produzione di Bowie è apparsa meno significativa: il che vuol dire che degli anni d’oro c’è praticamente tutto. Otto brani su undici (della riedizione 1990) da “Space Oddity”; tutti The Man Who Sold the World, Hunky Dory, The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (più Velvet Goldmine e John I’m Only Dancing), Aladdin Sane, Diamond Dogs, Young Americans, Station to Station, Low, “Heroes”, Lodger e Scary Monsters (and Super Creeps) (più Under Pressure), cover e strumentali escluse, ovviamente. Ampia e significativa la scelta dal periodo 1966-1968, mentre Donadio sceglie di tirare via più in fretta a partire da Let’s Dance, compreso, in poi, giungendo però fino all’ultimo album “The Next Day”. Presenti anche brani fondamentali comparsi in origine solo su singoli o colonne sonore (come This is Not America e Absolute Beginners) o donati ad altri artisti (come l’essenziale All The Young Dudes). Già questo farebbe gola a qualsiasi amatore di Bowie o del classic rock in generale. Ma Donadio ha costruito qualcosa di ben più interessante, inquadrando genesi e spiegazioni del significato dei testi, spesso criptici (un po’ alla maniera del Battiato del periodo intorno a “La Voce del Padrone”, diciamo per esemplificare a spanne), nel contesto della vita di Bowie e dei tempi da lui attraversati. E lo fa con una competenza rara, rarissima, forse quasi unica nel panorama della saggistica musicale italiana (mi viene in mente qualcosa di simile solo con Il libro bianco dei Beatles di Franco Zanetti, Giunti): non solo spulciando e compulsando tutto il materiale disponibile su Bowie, tra cui le ultime interessantissime biografie ancora inedite in Italia (date un’occhiatina alla bibliografia e prendete paura), ma anche intervistando e chiedendo lumi di persona tanto ai biografi di Bowie quanto a personaggi fondamentali nella sua evoluzione umana e artistica come Mary Finnigan, Tony Visconti, Angie Bowie e Reeves Gabrels. Insomma, mancava che Donadio beccasse il Duca in persona e avevamo il libro definitivo su Bowie. Il risultato di un simile e colossale “labour of love” durato quattro anni (un plauso anche alla lungimiranza di Arcana, che ha concesso a Donadio un simile lasso di tempo, del tutto inusuale nell’editoria italiana, consentendogli di sfornare un simile risultato) è una narrazione sempre chiara, avvincente, illuminante della vita, dei tempi, dei testi di uno dei protagonisti più importanti di sempre, amato od odiato che sia, nella storia del rock, continuamente preso come riferimento da nuove leve di artisti, in una spirale di ispirazioni innovative che ancora oggi non ha avuto termine. Ma questo non è solo un gran bel libro: è un volume di levatura internazionale, la cui traduzione all’estero è doverosa, così come il suo inserimento nel canone dei saggi più importanti di sempre sul musicista di Bromley. Fate in tempo ad acquistarlo per regalarlo in occasione dell’Epifania. Sbrigatevi. Concludo: chi legge le mie recensioni sa quanto pignolo sia nei confronti della saggistica musicale italiana. Donadio stesso, nel chiedermi di recensire il frutto delle sue fatiche mi ha chiesto di essere spietato come sempre. Beh, sappiate che lo sono stato. Ma è impossibile trovare difetti in un diamante perfettamente intagliato. Ovazioni.
Articolo del
28/12/2013 -
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