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Si è trattato di una serata speciale, interamente dedicata ad un musicista, ad un amico, l’indimenticabile Chet Baker, trombettista e vocalist americano morto in circostanze misteriose ad Amsterdam a soli 59 anni d’età.
Il pianista Enrico Pieranunzi, impeccabile come al solito, ha inteso ricordarlo attraverso una riproposta dal vivo di alcuni brani della loro intensa collaborazione che ha avuto luogo prima dal 1979 al 1982 e poi, in una seconda fase, quella precedente alla morte di Chet, dal 1987 al 1988.
Sul palco del giardino della Casa del Jazz a Roma, accanto a Enrico Pieranunzi, al pianoforte, hanno suonato altri musicisti di grande talento come l’eccellente Giacomo Serino, alla tromba, Michele Polga, al sax tenore, Luca Bulgarelli, al contrabbasso, e Mauro Beggio, alla batteria.
Un quintetto di tutto rispetto che ha ripercorso le varie tappe musicali dell’incontro fra Chet Baker, arrivato per la prima volta in Italia a Perugia, nel 1955 e il nostro Enrico Pieranunzi. Un viaggio a ritroso che è stato reso molto attuale, molto vivo, dalla straordinaria abilità dei musicisti e dal “pathos” che trapelava ad ogni esecuzione.
L’esecuzione di “Blue Afternoon” è stato un ottimo biglietto da visita, seguito subito dopo da “From E to C”, un brano che Pieranunzi aveva scritto per Chet, ma che non fu mai registrato in studio.
Il concerto è stato arricchito, fra un brano e l’altro, da interessanti momenti di narrazione in cui Pieranunzi ha raccontato come la straordinaria carriera di Chet Baker sia iniziata quando è stato chiamato da Charlie Parker, che in quel momento cercava un trombettista. E lui - sconosciuto jazzista che proveniva dall’Oklahoma - è stato capace di conquistarlo subito dopo la prima audizione. Da allora in poi Chet divenne famoso e si fece conoscere anche come cantante.
L’esecuzione di “Night Bird”, tratta da “Soft Journey”, il primo album registrato insieme da duo Pieranunzi/Baker, è stato uno dei momenti topici dell’intera serata. Chet Baker era così soddisfatto del lavoro svolto che inserì il pezzo anche su “Shine”, un suo album solista uscito su etichetta francese. E poi ancora il brano denominato “Soft Journey” , un valzer malinconico e dolce che metteva in mostra il lato poetico di Chet Baker.
Il quintetto “carbura” così bene da ricevere applausi a scena aperta al termine di ogni esecuzione. “He Speaks for Himself” e subito dopo arriva “Echi”, bellissima, un brano anni Ottanta, inserito su “Silence” di Charlie Haden, con tanto di crediti per Pieranunzi e Baker. Enrico Pieranunzi è da sempre un appassionato di calcio (grande tifoso della As Roma) e azzarda una interessante comparazione fra jazz e gioco del football. Due cose in apparenza così diverse sono accomunate dalla rapidità di pensiero, che nel football è la giocata improvvisa, il colpo di tacco, mentre nel jazz è l’improvvisazione, il passaggio armonico fulmineo, destabilizzante. Si procede con citazioni da “The Art of The Ballad”, un album del 1988, firmato ancora da Pieranunzi / Baker , un disco ad oggi introvabile, e la serata viene poi chiusa da “Incanto”, un brano che ben rappresenta lo stile musicale lirico, intimo e crepuscolare, del grande Chet, preda delle sue fragilità, ma capace di emozionare.
Un concerto fantastico che non si è fermato al semplice tributo, ma che è stato anche occasione di riflessione sul modo di concepire melodia e improvvisazione, tutto questo all’interno di un dialogo iniziato tra la fine degli anni ’70 e il 1980. Pieranunzi procedeva separatamente: da un lato la melodia poi la scrittura degli accordi. Chet Baker invece interiorizzava le melodie e degli accordi si disinteressava completamente. Li eseguiva poi di getto, dal vivo, dentro l’atto creativo, basato su una melodia che ormai aveva fatto sua
Articolo del
26/06/2026 -
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