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Uno dei momenti più attesi dai giornalisti musicali ogni anno è quello delle prove aperte al Teatro Ariston che si tengono tradizionalmente di lunedì pomeriggio, il giorno prima dell’inizio della kermesse: il modo migliore per testare con mano (anzi con orecchio) le voci dal vivo dei cantanti.
Anche quest’anno, come lo scorso, è tornato il sistema dei “braccialetti”, distribuiti al termine della conferenza stampa di apertura. Quest’anno la procedura è stata gestita decisamente meglio (la scorsa annata alla Sala Lucio Dalla si era creata una notevole calca).
Come sempre vietatissimo scattare foto e girare video, a malincuore per i tanti giornalisti con l’obiettivo sempre pronto.
La scenografia di quest’anno è più bella dal vivo che nei render, formata da colonne prismatiche che alternano le luci azzurro-blu e una struttura che ricorda alcune scene dei Festival di Pippo Baudo, con i coristi e alcune sezioni (fiati, percussioni), posti lateralmente in alto.
Le prove di Sanremo ‘26 si sono aperte con “Magica favola” di Arisa: l’usignolo italiano non delude con un timbro perfetto, una modulazione accurata e un vibrato delicato, tanto da sembrare in playback. Una ballad malinconica che inizia piano e voce, poi si apre con violini e percussioni, per una grande carezza orchestrale che abbraccia il pubblico con un suono dolce che ricorda una poetica ninna nanna. Sullo sfondo un romantico leadwall con fiori che ondeggiano.
Subito dopo è stato il turno di Dargen D’Amico con “AI AI”, brano di stampo disco-funk che strizza l’occhio agli anni ‘70. L’artista punta anche quest’anno al connubio tra un testo con spunti riflessivi e una produzione imponente, che vuole anche stavolta far ballare il pubblico (ed essere trasmessa in radio). Dietro Dargen (che è sceso varie volte in platea) un maxi-schermo con varie sue immagini fumettistiche che si alternano.
Terzo a salire sul palco Francesco Renga con “Il meglio di me”, canzone in pieno stile renghiano nella melodia che non tradisce la potenza vocale di Francesco soprattutto negli acuti.
È toccato quindi a Ditonellapiaga con “Che fastidio!”, brano che si inserisce nel filone di “Chimica” (portato a Sanremo qualche anno fa con Rettore), ovvero il mix tra testo ironico e ritmo incalzante. Con lei sul palco anche un pool di ballerini con una coreografia che di sicuro verrà riprodotta da numerosi Tiktoker. Nel testo non manca una frecciatina anche a una certa parte di stampa, ovvero “i giornalisti perbenisti”. Ben eseguita, ma per un problema tecnico interno, dopo circa venti minuti viene richiamata sul palco per rifarla.
Tanti i debutti all’Ariston quest’anno tra cui Eddie Brock con “Avvoltoi”, un brano di stampo classico che punta sul mantenimento dello stesso range melodico (verso le ottave alte), una scelta che spesso catture le orecchie del pubblico.
Mara Sattei torna in gara per la seconda volta con un’entrata scenografica con un pomposo abito da sera con ampia gonna a volant. “Le cose che non sai di me” è un lento che parla d’amore, anche questo con una melodia e un ritmo decisamente classico.
Luchè con “Labirinto” parte con una sorta di rap cantato che si apre poi nel ritornello e poi torna al rap puro, che di certo è il suo punto forte: in prova la voce nella parte cantata cerca di farsi strada attraverso una base preponderante.
Subito dopo è salito sul palco Enrico Nigiotti, che torna in gara con “Ogni volta che non so volare” (che tra gli autori vede un ottimo artista come Pacifico). Brano intenso e bella anche la scelta scenografica con partenza al buio e barra di luci arancione che scende, lasciando spazio a un grande orologio proiettato che, come spiega il testo, ci ricorda di quanto il tempo corra veloce.
È stato quindi il turno delle Bambole di Pezza, formazione punk tutta al femminile in gara con “Resta con me”, che però si rivela più tradizionale del previsto, con meno bpm e graffi di quanto ci si potesse aspettare.
Nayt ha presentato “Prima che”: apertura di archi su sfondo schermo rosso cupo, è un brano rap che, attraverso una litania volutamente ripetitiva, fa riflettere sui rapporti interpersonali. Bello l’intervento del coro, altrettanto efficace la sezione ritmica unita ai fiati che dà quel giusto groove.
Sul palco è salito quindi Tredici Pietro, in gara con “Uomo che cade”, fino a qui il pezzo più complesso e in qualche modo sorprendente. Base elaborata, contemporanea ma con chiari rimandi agli anni ‘60-‘70 (archi, sezione corale), forse un omaggio agli anni d’oro del suo papà Gianni? Interessante anche il gioco di luci e gli strumenti che riproducono, in diminuendo, il suono di una caduta. Tredici Pietro è visibilmente emozionato, in alcuni punti sembrava faticasse un po’ a tenere il fiato (poi si è scoperto perché, “non sentivo bene in cuffia”, ecco perché più tardi l’ha rifatta molto meglio): alla fine si stupisce dell’applauso e dice: “addirittura”? Sicuramente il pezzo registrato si prepara a spopolare alla radio.
“Per sempre sì” è il brano portato all’Ariston da Sal Da Vinci, che ricalca il filone di successo della neomelodica partenopea stile “Rossetto e caffè”. Esecuzione interrotta a metà perché non si sentiva a microfono. Tra il pubblico di giornalisti c’erano parecchi estimatori che gli hanno fatto una parziale standing ovation.
“Animali notturni” è il brano di Malika Ayane (rifatto due volte per motivi interni anche se dall’esterno la resa era perfetta): introduzione jungle, chiari echi anni ‘70 (stile Alan Sorrenti ma anche la disco music newyorkese), voce suadente: alla fine ha chiesto, domanda retorica, “ero intonata?”
Fulminacci è tornato a Festival ‘26 con “Stupida sfortuna”, ballad nostalgica che cita anche le “classifiche di Sanremo” e che conferma Fulminacci quale cantautore capace di connessione emotiva.
Uno degli outsider di quest’edizione è Sayf con “Tu mi piaci tanto”, già lodato dalla critica e applaudito anche in queste prove (anche se la voce era leggermente coperta dai fiati durante i ritornelli): un giovane che ricorda - nei modi e nelle tematiche - Ghali. Nella musica echi nordafricani (lui è genovese-tunisino), ma anche rimandi al sound di Celentano (che cita anche nel testo) e omaggi a miti del passato (Luigi Tenco). Sicuramente, sarà un successo.
“Male necessario” dello “strano” duo Fedez-Masini, che proseguono con il trend “dark- pessimistico” e che mescola un binomio ormai da sempre caro a Fedez, il suo rap accompagnato da un cantante, ma che comunque funziona, soprattutto grazie all’inconfondibile timbro di Marco, capace ancora di sfiorare con il suo graffiato le cime del pentagramma (e senza i>).
“Sei tu” è la canzone di Levante, brano raffinato e con un ritmo dolce, un testo intimista e una voce elegante, intonata e precisa, capace di alternare soffiati a potenza di voce piena.
Ermal Meta ha portato in gara “Stella stellina”, canzone con melodia arabeggiante che, attraverso la storia di una bambina, racconta il truce dramma delle vittime infantili di conflitti, tema a cui non si può restare indifferenti. Ermal alla fine fa anche un difficile fraseggio vocale, prima di salutare il pubblico lanciando una piccola farfalla di carta.
Bella sorpresa per J-Ax con “Italia Starter Pack”, che finalmente porta un po’ di country sul palco dell’Ariston. Testo ricco di spunti di riflessione, conditi da una messa in scena che stupirà il pubblico, tra musicisti e le evoluzioni di un talentuoso team di cheerleaders.
Altro artista su cui puntare gli occhi è Chiello con “Ti penso sempre”, che ci riporta negli anni e nei suoni a lui cari, quelli del Beat. Bel ritmo, presenza scenica in grado di catturare la telecamera, melodia accattivante,
Serena Brancale ha conquistato la standing ovation di parte della Sala Stampa con l’emozionante “Qui con me”, dedicata alla mamma e che ha ricordato in alcuni punti lo stile di Whitney Houston: una serena in piena forma, tornata in parte al suo stile del passato, che ha stupito sul finale con un’eccellente tenuta di acuto.
Curiosamente subito dopo ha provato il duo formato da Lda Aka 7Even con “Poesie clandestine”, che sembra essersi ispirato al pezzo della Brancale dell’anno scorso, “Anema e core”, soprattutto nell’introduzione al ritornello.
Raf è tornato al Festival con “Ora e per sempre”, dedica all’amore della sua vita che conferma lo stile romantico dell’artista, noto da decenni per le sue ballate ricche di sentimento: il suo timbro, sempre preciso e professionale, conferma il motivo della sua lunga carriera.
Maria Antonietta e Colombre con “La felicità e basta” ci portano in un viaggio sola andata negli anni Sessanta (basti solo guardare il loro look). Un mood scanzonato ma pieno di spunti di riflessione, con eleganza e un pizzico di sarcasmo.
Per il resto, lasciamo un po’ di suspence per il pubblico che si sintonizzerà su Rai 1 nella serata del 24 febbraio per il debutto del 76esimo Festival della Canzone Italiana
Articolo del
23/02/2026 -
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