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Morrissey
Il veemente ritorno di Stephen Patrick Morrissey
20/04/2006
di
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Sinceramente non avrei mai pensato ad un ritorno così veemente di Stephen Patrick Morrissey. Le premesse però c'erano state tutte. Quelle di una carriera solista - ottima ma sottovalutata e in certi sensi ostacolata dall'industria discografica - condotta con parsimonia ed estrema cura. Da adorare il periodo che va dall'esordio "Viva Hate" (1988) al bellissimo "Vauxhall And I" (1994) che raggiunge il numero 1 nella chart UK (il suo record personale del dopo Smiths). Dalle produzioni di Stephen Street a quelle del leggendario Mick Ronson alle dichiarazioni d'amore di David Bowie che coverizza "I Know It's Gonna Happen Someday" incisa su "Black Tie, White Noise" e due anni dopo lo vuole a supporto del suo tour. Un periodo passato a Los Angeles in una casa del 1931 abitata in passato da F. Scott Fitzgerald e Clark Gable e la nuova vita con il deal per la Sanctuary nel 2003. Il ragazzone di Manchester di origini irlandesi ha segnato profondamente la cultura pop degli ultimi venti anni almeno. In tutti i sensi. Dai nemici storici della famiglia Reale, al primo ministro Margaret Thatcher all'attuale Tony Blair fino a George W. Bush (nel febbraio di quest'anno viene interrogato dall'FBI e dai servizi segreti britannici...). Accusato di razzismo (qualcuno ricorda i testi di "Bengali In Platforms" e "National Front Disco"?), anti fascista dichiarato, vegetariano dall'età di undici anni, attivo e militante per difendere i diritti degli animali (fino all'ultimo exploit contro il Canada macella-foche) e nemico acerrimo delle droghe (è lui ad allontanare Andy Rourke schiavo dell'eroina). Diviene negli anni '80 un'icona gay. Brani come "This Charming Man" o "Handsome Devil" sono assolutamente interpretabili in quel senso. Anche se agli inizi degli anni '90 sulle pagine del Rolling Stone dichiara: "I'm gay? Well, that's news to me". Qualche anno prima gli era stato attribuito un flirt con Billy Mackenzie degli Associates, provato, si dice, dal brano degli Smiths "William, It Was Really Nothing" e da quello in risposta del duo scozzese "Stephen, You Were Really Something". Difficilmente calcolabile l'influenza del Moz. Serie televisive, titoli di canzoni, moniker di gruppi, documentari, libri, titoli di libri, film... ispirazione continua e radicata per una (alta) marea di artisti a 360°. "You Are The Quarry" ha solcato il break. Ha donato alle nuove generazioni un'icona da venerare come fosse uscita da un prodigioso debutto. Alle vecchie una straordinaria sorpresa. Il nuovo album è in scia. Il nostro Giudice Talebano lo ha votato con un 6.5 definendolo Viscontiano. Ed in effetti la mano di Tony Visconti si sente tutta (in un brano sembra far capolino il "suo" Bowie dei tempi dorati) ma dopo il 74esimo ascolto a "Ringleader Of The Tormentors" va consegnato un punto in più. Ma se il precedente esaltava un Morrissey vitale e frizzante e focalizzava l'importanza del come back principalmente sulla musica, questo ci fa riflettere e gira il punto di vista quasi esclusivamente sulle liriche. Le vette eccelse non mancano però. Si pensi all'orchestrazione del maestro supremo Ennio Morricone in "Dear God Please Help Me" dove si dedica anche ai violini, al singolo romano "You Have Killed Me" o a "Life Is A Pigsty" probabilmente una delle cose più riuscite in assoluto della sua carriera solista. Tradurre i testi sembra quasi d'obbligo. Come vedere un film orientale in lingua originale sottotitolato. Per coglierne l'essenza pura. Per non perdere il sapore dell'anima e il gusto dell'artista. Le sei date appena schedulate dimostrano quanto Morrissey ami l'Italia ma allo stesso tempo quanto l'Italia ami questo incommensurabile pigmalione. Non me ne vogliano le altre città e le altre location. Pensarlo in una giornata domenicale di luglio tra le rovine degli scavi di Ostia Antica è qualcosa di assolutamente magico ed unico. Il Teatro Romano, che in passato ha visto sfilare tutti i più grandi attori e messo in scena tutte le grandi tragedie, si appresta a trasformarsi in un simbolico abbraccio. Un appuntamento con la storia da non mancare. Come quello del 20 febbraio 1984. Ricordo bene quel periodo. Fino ad allora figlio di un'adolescenza prurigginosa fatta di festicciole, baci furtivi e corse in ciclomotore. Mi avevano incaricato di comprare qualche Lp per una delle tante conventicole miste da consumarsi a casa della ragazza più abbiente. Il mio negozio di fiducia di quel tempo (vivaddio resiste ancora!) aveva davvero tutto. E tra la gioia di rovistare in quegli enormi scaffali per vinili con la faccia da party (Wham!, Frankie Goes To Hollywood, Dead Or Alive, Spandau Ballet...) andai a cozzare contro una copertina a dir poco ambigua e affascinante realizzata dallo stesso Morrissey: Joe Dallesandro catturato nel film "Flesh" di Andy Warhol. Comprai anche "The Smiths" (tanto avrei fatto la cresta sul budget della conventicola) che ascoltai qualche giorno dopo. La festa andò bene. Nei giorni successivi niente fu più come prima. Oggi Morrissey è di nuovo tra noi. E quei giorni sembrano essere tornati.
Vostro "Charming Man" Sensei
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
Articolo del
20/04/2006 -
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