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Nell'America tutta certezze di George W.Bush, un gruppo di quarantenni di Seattle si interroga, si lacera, insinua dubbi e disperazione: sono i Pearl Jam, la band di Seattle che propone un nuovo album il cui nome e' semplicemente quello del gruppo, quasi fosse un esordio. Un disco asciutto, ispirato e poetico che il gruppo capitanato da Eddie Vedder ha presentato al celebre Astoria di Londra, di fronte a 1600 persone stipate come sardine, regalando una serata ad alta energia che riportava dritta dritta ai loro primi passi nella scena grunge: chitarre cattivissime, sezione ritmica che martellava il pubblico londinese in delirio, Vedder posseduto dalla musica, con mosse da novello Jim Morrison. Sei anni: da tanto mancavano i pearl Jam dall'Europa, da quel fatale 2000 quando al Roskilde Festival in Danimarca morirono schiacciati nove spettatori. E l'attesa dei fan e' stata premiata: lo show dell'Astoria ha mostrato una band che ha raggiunto la maturita' sonora senza perdere la ruvidezza delle origini. Il set ha visto protagoniste, specie nella parte iniziale, le canzoni del nuovo album 'Pearl Jam': 'World wide sucide', 'Life wasted', 'Severed Hands', 'Unemployable', quindi molti classici del repertorio, cantati a squarciagola dal normalmente compassato pubblico londinese: 'Even flow', 'Porch', 'Yellow ledbetter' e l'inno della band, 'Alive' che ha chiuso lo show. Fuori dall'Astoria, i biglietti passavano di mano anche per 350 sterline, 470 euro circa. Vedder, capelli lunghissimi e barba, beve vino, ipnotizza il pubblico con il suo carisma da guru, sembra essere a un passo dal saltare tra la folla che ondeggia in platea. Stone Gossard, Mike MacCready, Jeff Ament e Matt Cameron lo seguono senza perdere un colpo, una battuta, un momento di furore rock sul palco. ''Ho sempre preferito come suonavamo dal vivo, al suono sugli album - dice Matt, il giorno dopo - Ma oggi i due suoni sono uguali'.' 'Pearl Jam'ha un sound che piacera' ai fan piu' anziani della band di Seattle: duro, senza compromessi, con le chitarre che aggrediscono senza pieta' l'ascoltatore. Vedder - che lavora in maniera minuziosa ed ossessiva su ogni singola parole delle liriche - tra un' immagine e una meditazione religiosa o spirituale ('fede' e 'Dio' ricorrono spesso nei testi), parla amaramente della guerra in Iraq, come nella drammatica 'World wide suicide', che spiega come i potenti ''ti dicano di pregare, mentre hanno diavoli sulla loro spalla''. O nell'amara 'Army reserve', che mostra una donna che ha il marito al fronte. O infine in 'Marker in the sand', dove si spiega che ''entrambe le parti dicono di uccidere nel nome di Dio... e tu, Dio, cosa hai da dire?''. L'America di Bush mostra il suo lato piu' oscuro e angosciante, in questi brani dei PJ, con il dramma di un licenziato ('Unemployable') o quando parlano di ''questo sogno americano a cui non credo'', nella ispirata ballata 'Gone', dove compare in calce un ''grazie a P.T'', che forse e' Pete Townshend degli Who (citato sul palco da Vedder), ma neanche gli altri membri lo sanno. ''L'America deve attraversare profondi cambiamenti, secondo me, per realizzare la sua promessa - dice Mike - Una promessa che e'quella della tolleranza, della liberta' religiosa, liberta' artistica''. ''E nessuno che ci spii - aggiunge Stone -Non abbiamo scelto ne' il fascismo, ne' il comunismo, che alla fine portano agli stessi risultati. L'amministrazione Bush non vede che il mondo e' un tessuto complesso. Gli Usa sono stati importanti per gli ultimi 100 anni, per il sistema di governo...ma ora devono prendere in considerazione tutti i punti di vista. Non si puo' interagire solo con il commercio, che tra l'altro non dev'essere quello delle multinazionali. Ma io penso che anche le piccole economie siano belle, quelle diverse. A me piacciono gli artigiani italiani, che fanno cose uniche''
Articolo del
22/04/2006 -
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