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Come promesso torniamo a parlare di Pearl Jam. Di e non dei visto che il protagonista è il nuovo omonimo album. Un disco difficile che ha meritato tanti ascolti prima di poter essere assimilato come una proteina. Meglio di una proteina. La stampa si sta ancora dividendo. Vi avevamo riportato i voti entusiastici di quella americana tradizionale (vedi ad esempio Rolling Stone), gli insufficenti di quella indie (come lo pseudo palloso Pitchfork) fino al più recente 1 su 3 del The Guardian. Ognuno sente la musica nel modo che ritiene opportuno. Io la ascolto col cuore prima che con la testa. Altri usano il culo prima delle orecchie. Altri ancora la lingua e rimangono soffocati dal proprio vomito. I Pearl Jam sono ormai divenuti un gruppo classico, come lo sono stati (cito nomi a caso) gli Who, piuttosto che Neil Young, piuttosto che i Ramones. Artisti guida di un movimento, ispirazione per successivi epigoni, faro per nuove generazioni ecc. Mi chiedo dunque: cosa cazzo pensate di trovare di nuovo da una band come i Pearl Jam? Da un classica band come i Pearl Jam? Da una band attiva da oltre 15 anni con una discografia così limpida e lineare? Cosa vi aspettate? La bossa nova? Il reggae? L'avanguardia rumorista? Il jazz core? La polka? Il liscio romagnolo? O avete solo voglia di fare chiacchiere da bar? "Pearl Jam" non cambierà le sorti della loro straordinaria carriera, non diverrà album epocale nè tantomeno (forse) il nostro disco da Top Five. "Pearl Jam" è un'ennesima riprova. Una milionesima conferma di cosa significhi avere classe e talento. Si, si, il talento, quello che non si compra nelle accademie, che non si impara sui libri, che non si trova per strada o con un calcio in culo. E' una questione di fottuti geni cromosomici. Lode dunque ai cinque ex ragazzi di Seattle, che già nel 1990, prendevano le distanze dalla cosiddetta scena grunge che la stampa aveva loro malgrado imposto tra quelle atmosfere plumbee. Considero il trittico discografico (Mother Love Bone - Temple Of The Dog - primo Pearl Jam) tra le cose più straordinarie comcepite negli ultimi 16 anni da mente musicale. Ma saremmo bugiardi se non riconoscessimo all'ex surfista Vedder e compagni con quale forza, con quale gagliardia, con quale vigore, con quale impegno, siano riusciti ad ergersi nell'olimpo dei classici del loro tempo. "Pearl Jam" parla del mondo attorno. E lo fa, proprio con quella forza, sparata in questa occasione alla massima potenza. Un deragliamento. Un estremo atto di amore da prendere tutto d'un fiato. Non ci sono smorfie, parrucche, pseudo intellettualismi del cazzo, depressioni sentimentali, proclami demagogici o rosari e religioni sventolate ai quattro venti. C'è la musica. Sparata a mille per dimostrare a se stessi, ancora una volta, quanto sia contato nascere con quei geni nel sangue. I classici rimangono per sempre. Gli altri, forse, rimangono solo il tempo per passare e togliersi subito dai coglioni.
Vostro "Inside Job" Sensei
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
Articolo del
13/05/2006 -
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