Indie 10 Gennaio 2013

Almanac

I newyorkesi Widowspeak tornano con il loro secondo disco e lo fanno con uno stile innegabile, un sapore retrò agrodolce e una vocalità ammaliante

Artista
Widowspeak
Etichetta
Captured Tracks

Arriva a poco più di un anno di distanza dal loro debutto – Widowspeak (Captured Tracks 2011) – la seconda prova discografica per i newyorkesi Widowspeak.
Cosa c’è da aspettarsi? La copertina di Almanac fa già presagire un tuffo nel passato, a metà strada tra Jethro Tull e Abba, ma in realtà le sonorità sono quelle rilassate e seducenti dei Seventies. Niente è fuori posto, anche se l’inizio con Perennials è un po’ in sordina, tutto è sistemato come in un negozio vintage, dove la memorabilia è ordinatamente esposta in maniera studiata per creare un effetto illusorio di ritorno al passato ma, sotto la finzione, è possibile vedere un’energia che di vecchio non ha nulla. La voce di Molly Hamilton è ammaliante come quella di un’affascinante Lolita newyorkese e si appoggia languidamente su chitarre riverberate e linee di basso sommesse. Nulla è di troppo, tutto è perfettamente calibrato per creare un gioco su due livelli distinti tra voce e accompagnamento strumentale.
Nell’insieme Almanac si snoda sinuoso tra le sue dodici tracce, come un film dai colori sfumati, tra episodi più dilatati e altri più decisi. Al di là di linee vocali e accompagnamenti azzeccati, il punto forte di questo lavoro è la semplicità, la linearità che non disturba ma a volte sorprende in episodi riuscitissimi come The Ballad Of The Golden Hour e Spirit Is Willing.
Le influenze sono sicuramente molte, come anche i richiami a qualcosa di già sentito di qua e di là dall’oceano, e come si sa spesso il limite tra copia e ispirazione è labile e soggettivo, ma in questo caso i richiami danno solo un sapore retrò agrodolce e di classe.

Quindi, vittoria per i Widowspeak che sulla breve distanza superano a pieni voti l’esame fatidico del tanto temuto secondo disco, e lo fanno con uno stile impeccabile!