Interviste 26 Ottobre 2026

Amari: diventare padri, riscoprirsi figli

Crescere significa anche rileggere ciò che abbiamo ricevuto in eredità. Gli Amari attraversano i solchi di questo vinile titolato “Finta di niente” tra paternità, psicoanalisi e desideri da ridimensionare: la canzone custodisce quelle piccole rivelazioni che il quotidiano rischia di cancellare. Finiamo dentro quel pop d’autore in bilico tra i suoni di domani e le forme e cliché di sempre… quel modo liquido di firmare le melodie complice anche questa voce sottile che ci sta sempre bene dentro certe modi di pensare alla canzone d’autore.

Ho come l’impressione che un disco simile faccia molto i conti con la figura dell’essere genitore… a voi la palla.
Dariella: Non solo fa i conti con l’essere genitore, ma anche con come cambia l’“essere figli”. In particolare “Gli atomi del mare” è una canzone che si concentra soprattutto su questi cambi di prospettiva; è come se, diventando genitori, si iniziassero a spianare anche le incomprensioni rispetto al rapporto con i propri genitori (nel caso di questo brano, ci riferiamo alla figura paterna).

E la psicoanalisi quanto è entrata realmente nella scrittura di queste canzoni?
Pasta: Se non avessi intrapreso un percorso di analisi, probabilmente non sarei arrivato a certe realizzazioni, che poi sono la base di molti concetti del disco. Tante piccole rivelazioni che abbiamo voluto mettere per iscritto per non rischiare che fossero dimenticate.

Un brano come “Siamo pari”, a proposito di evoluzione dallo stato infantile, rompe anche le linee rette di un suono distopico ma pur sempre indie (se mi concedete questa sintesi di etichette). Siamo nella metropoli di cemento, nel ghetto… anche se da bambini… cosa rispondete a questa mia lettura?
Pasta: La canzone si basa sul contrasto fra le due parti: la rabbia disperata prima, la realizzazione poi. Chi è il vero nemico, di chi è la colpa? Per rendere tutto ancora più grottesco abbiamo pensato di rappare con rabbia la prima parte, dove gli intenti sono sì vendicativi, ma anche in fondo fanciulleschi: dei bambini che si fanno la guerra provando a fare i rapper.

Bello il video di “Le cose che voglio”… anche qui vi lascio la mia lettura: nel desiderio viene fuori solo la parte estetica, finale di noi. Tutto ciò che c’è dietro e che identifica appieno una persona sta dietro il telo, fuori dalla percezione degli altri… un segreto intimo muove le cose esterne…
Dariella: È una lettura molto interessante e non distante dall’intento originario del video. L’idea era di trasmettere e isolare una gestualità direttamente correlata con il desiderio, e quali parti del corpo sono più adatte, se non mani e braccia, per ottenere questo scopo? A dire il vero, inizialmente c’era anche questa suggestione romeriana delle moltitudini di braccia protese in avanti tipiche dell’immaginario cinematografico basato sugli zombie, solo che poi il tutto si è trasformato in un qualcosa di decisamente più sensuale e astratto.

Dal vivo questo disco come suona? È l’occasione anche per cercare l’improvvisazione di nuove soluzioni?
Dariella: Dal vivo questo disco cerca di suonare il più simile possibile al disco, almeno per quanto riguarda l’estetica timbrica, e infatti porteremo dal vivo parte dei sintetizzatori (modulari) usati in studio. C’è poi la presenza della batteria acustica, che sicuramente darà corpo a tutti i drum break usati nel disco e che altro non erano che campioni di partiture di batterie suonate dal vivo. Sarà dunque un percorso di traduzione tutto sommato molto lineare, e questo per dare ancora più organicità alle canzoni contenute nel disco.