Apalis: l’arte soltanto, niente estetica da macello
Si intitola "Dei ciliegi" un lavoro macroscopicamente di dettaglio dentro cui la spiritualità regna sovrana e non sono pochissime le connessioni con un certo Battiato - Camisasca. Un attraversamento... grazie alla tecnologia moderna che dentro "Futur Führer" però sembra far sfoggio di antichi tuner analogici come accadeva un tempo.
Nessuna esplicità identità tanto che l’unica foto che troviamo in rete ci fa chiedere se sia sua per davvero. No agli streaming service di alcun genere, nessun supporto fisico ma solo un sito – clicca qui. Si firma Apalis e questo esordio esce completamente da generi e cliché evitando percorsi, forme conosciute, evitando trasgressioni e finte ricerche del nuovo.
Si intitola “Dai ciliegi” un lavoro macroscopicamente di dettaglio dentro cui la spiritualità regna sovrana e non sono pochissime le connessioni con un certo Battiato – Camisasca. Un attraversamento… grazie alla tecnologia moderna che dentro “Futur Führer” però sembra far sfoggio di antichi tuner analogici come accadeva un tempo. Ironia ne troviamo ma anche profondissima quiete e dettagliati modi “corali” quasi a rievocare antichi canti e modi liturgici. Non tanto un disco da percorrere canzone dopo canzone, quanto una soglia dentro cui la materia quotidiana viene continuamente interrogata da qualcosa che la supera. Il sacro, qui, non coincide con una religiosità ornamentale: è piuttosto tensione, dubbio, coscienza della caducità, bisogno di riconoscere un senso dietro ciò che appare. La critica sociale spesso si fa pop e ironica come dentro la già citata “Futur Führer“ o decisamente più onirica e figlia di qualche multiverso, con questa soluzione di basso che in un passaggio mi ricorda moltissimo ì“Take My Breath Away“ dei Berlin. Ma poi questa voce robotizzata che appunto ci rimanda nella casa di Milo e non se ne preoccupa. E ancora “Memento” stabilisce un centro possibile: la vita materiale viene messa di fronte alla possibilità dell’anima, al sacrificio, alla scelta di una strada che non necessariamente coincide con quella indicata dal tempo presente. È una dichiarazione che attraversa tutto il disco: opporsi alla superficie significa accettare anche il peso della profondità. I synth de “I demoni” con questa chitarra ghilmouriana (siamo dentro i fendenti eterni di “Shine on you Crazy Diamond” in tutto e per tutto), la psichedelia visionaria che mette a nudo le fragilità del percepito e del percepibile. Misticismo che ha sapori anche di antiche tradizioni turche dentro la chiusa affidata alla didascalica “Il mistico”, con modi anche barocchi, con modi in falsetto, con rotture coraggiose di tutto quel che potevamo attenderci. Con il mix di questo brao che si fregia del lavoro artigiano di Chris Brown (engineer che ha collaborato, tra gli altri, con Radiohead e per la Beatles Anthology), questo disco è una feritoia di pace e sintesi, di spiritualità: dove il pop di nuova generazione, tra tecnologie futuristiche e modi persi nel tempo, tornano a chiedere contemplazioni e dilatazioni del tempo di questa vita (interiore). Non è un disco per vecchi e neanche un disco per molti.


