Arkansas
Lui, il folk, l’immancabile country e vari brani davvero ben scritti che farebbero la gioia di molti pseudo duri, dal cuore a forma di pietra ma di pasta frolla, se solo non fossero prevenuti nei confronti di questo genere
John Oates non ha bisogno di presentazioni contorte e inutili lungaggini. È nato nel 1948 e, suonando da 40 anni, ha prodotto singoli di successo con una discografia che si estende per oltre 50 collaborazioni (Hall & Oates) alla voce e 5 dischi, più altri tre live.
‘Arkansas’, il suo nuovo album, è stato mixato, prodotto e registrato da Oates e David Kalmusky all’Addiction Studios (Nashville), supportati dalle grandi qualità della The Good Road Band: Sam Bush (mandolino), Russ Pahl (pedal steel), Guthrie Trapp (electric guitar), Steve Mackey (basso), Nathaniel Smith (cello) e Josh Day alle pelli e percussioni.
Cosa c’è di nuovo in questo disco che si distingua dai precedenti?
Non molto: c’è lui, il folk, l’immancabile country e vari brani davvero ben scritti che farebbero la gioia di molti pseudo duri, dal cuore a forma di pietra ma di pasta frolla, se solo non fossero prevenuti nei confronti di questo genere.
Si va dai classici come Anytime (1924) a due nuove composizioni, passando per blues ballad (Miss Mississippi And You) tristi e melanconiche con banjo, fiati e slide-guitar che poi lasciano il posto a cavalcate più energiche, Stack O Lee (che sembra richiamare Stagger Lee), con tanto di fingerpicking scintillante e performance di Oates sopra le righe.
Molti i traditional ri-arrangiati per questo nuovo sforzo discografico in cui spuntano anche momenti di magra e stanca nei passaggi meno riusciti rintracciabili in Dig Back De ep. La media è risollevata dalle vecchie note di un altro celeberrimo traditional, Lord Send Me.
Ascoltandolo vengono in mente Woody Creek, il Colorado, Nashville e il Tennessee, denudati da un lavoro sull’America prima della nascita del rock ‘n’ roll.
Non avete bisogno d’altro per concedergli un ascolto, vero?


