Ballo a tre passi
“Ballo a tre passi” pone gli spettatori della grande sala di fronte alla solitudine umana, contrapponendo aspri luoghi incontaminati ad altri conquistati dal business del turismo.
- Artista
- Salvatore Mereu
- Etichetta
- Eyescreen/Lucky Red
“Ballo a tre passi”, premiato a Venezia come Miglior film alla 18° settimana della Critica, è il primo film del regista sardo Salvatore Mereu: un film coraggioso come pochi, onirico e acerbo insieme. La grande prova sta nell’aver scelto di realizzare un lungometraggio in gran parte in lingua sarda e nella cui storia gli avvenimenti non sono legati ad un processo di causa/effetto, a cui gli spettatori italiani (e non solo) sono oramai indolentemente avvezzi.
La volontà di dare linearità all’intrecciarsi di vite umane e al procedere dell’esistenza secondo leggi prestabilite dalla natura e dalla società si accompagna in “Ballo a tre passi”, senza sovrapporsi, all’elemento casuale e a quello onirico. Il sogno di Mereu penetra l’ineffabile ed è l’elemento di congiunzione fra l’attaccamento all’esistenza e il suo evolversi, inevitabilmente, verso la morte.
Le quattro stagioni dell’anno e le stagioni della vita rappresentano le quattro sezioni di questo film, indipendenti l’una dalle altre, ma tutte rivolte all’indagine dell’uomo nella sua individualità e nel suo essere animale sociale.
Quasi interamente ambientato in Sardegna il film di Mereu evita il rifugio in spettacolari scenari naturalistici e si concentra sull’intimità dell’esistenza umana.
Con freddezza e senza sentimentalismi patetici, “Ballo a tre passi” pone gli spettatori della grande sala di fronte alla solitudine umana, contrapponendo aspri luoghi incontaminati ad altri conquistati dal business del turismo: in entrambi i casi emerge, comunque la solitaria convivenza dell’individuo con la morte e, allo stesso tempo, il suo emozionarsi, nel bene e nel male, di fronte alla consapevolezza dell’esistenza umana. Di cui l’isola sarda è solo lo scenario e non il contesto.


