Emergenti 2 Settembre 2012

Colours

Titolo e copertina offrono la semplice illusione di attendere l’avvento di una giovane band talentuosa, capace di regalare una ventata di freschezza e di novità. Un album dei tanti da ascoltare senza pretese e poi subito da archiviare.

Dalla loro parte i Garden of Alibis (GOA), classe 1989, hanno solo la giovane età, ottimo “alibi” per presentare e diffondere al pubblico un album del “livello” di ”Colours” che, titolo e copertina a parte, non ha proprio nulla di colorato.
Nati e cresciuti a Torino, i GOA affermano di essersi formati come gruppo da ben 10 anni (praticamente dei poppanti) e di voler fare ostinatamente i musicisti, e “Colours” è il loro album d’esordio uscito il primo luglio 2012, ma già distribuito anticipatamente con la rivista XL a partire dal 31 maggio in una versione con tracklist semplificata con il preciso scopo di allargare il più possibile il pubblico degli ascoltatori.
Ma siamo proprio sicuri che i GOA vogliano fare davvero i musicisti? E quale pubblico vorrebbero arruffianarsi? Certo, difficile pensare che gente con un minimo di cultura musicale possa essere realmente attratta da musichette leggere e insipide, dal gusto spiccatamente adolescenziale, che lasciano il tempo che trovano e che possono anche andar bene per una stagione, ma solo perché scandite da un ritmo ossessivo e ballerino (si pensi al singolo Wicayo). L’unico destinatario e fruitore-tipo di “Colours” sembra essere il pubblico dei giovanissimi, il che non è poco sotto il profilo squisitamente commerciale: basta mettere in circolo Wicayo e vedremo presto migliaia di ragazzine che si strappano i capelli al nome di Garden of Alibis.
Ma il business non è sinonimo di talento, e i GOA ne sono un esempio se non dimostreranno in futuro più maturità ed inventiva.
“Colours”, al di là del nome, non presenta colori: al di là di Wicayo che offre una melodia abbastanza orecchiabile, è un album piatto in cui non ci sono qualità né vocali né sonore.
I GOA, che tra l’altro presentano alcune assonanze con i dARI, farebbero meglio ad imparare che non basta il solo piacere di suonare con l’aiuto di sintetizzatori e di chitarre per fare di una musica “zompettante” e ritmata una buona musica, se non vogliono vivere l’ebbrezza di una fugace fama per poi sparire nell’oblio, come capita sempre più spesso a tante giovanissime band, italiane e straniere, che rimangono come folgorate dal lampo di un unico successo.
Il tempo per fare una bella autoanalisi e procedere con un’eventuale revisione ce l’hanno, data la giovane età. Li aspettiamo al prossimo varco, ma per ora hanno forato.