Come stai?
Riflessioni dalla stanza di terapia
Quando le parole evocano la terapia
La scrittura di Madame come specchio dell’anima e strumento di trasformazione
(di Vittoria Zaccari e Giuseppe Femia, Psicoterapeuti)
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C’è un momento, nel lavoro terapeutico, in cui le parole smettono di essere descrizioni e diventano qualcosa di vivo. Non raccontano un’emozione: la portano dentro la stanza. È raro. E quando succede nella musica, è ancora più potente, perché raggiunge persone che nella stanza di terapia non ci sono mai entrate.
Madame — all’anagrafe Francesca Calearo, vicentina classe 2002 — fa esattamente questo. Il suo terzo album, Disincanto, uscito nell’aprile 2026, è un documento sonoro e psicologico di rara profondità. In queste pagine vogliamo soffermarci su tre brani in particolare, cercando di leggere quello che ci dice, da un punto di vista umano e clinico.
Non è la prima volta che la musica italiana tocca queste corde. Fabrizio De André ha cantato gli ultimi, i reietti, le anime spezzate con una compassione che precede qualsiasi vocabolario clinico. Franco Battiato ha esplorato gli stati alterati della coscienza, la dissoluzione dell’io, la ricerca di un centro di gravità permanente — metafora perfetta per ciò che cerchiamo in terapia. Lucio Battisti ha dato voce al dolore dell’abbandono con una precisione emotiva che ancora oggi lascia senza parole. La grande canzone d’autore italiana ha sempre saputo che la musica è un luogo in cui è permesso sentire quello che nella vita ordinaria si tende a nascondere.
La musica da sempre canta il dolore e la liberazione. Avvicina ciò che è lontano — da noi stessi, dagli altri, dalla propria storia — e a volte risolve, o almeno apre uno spiraglio verso la risoluzione. Promuove processi psicologici profondi: accettazione, integrazione, rielaborazione. Non li sostituisce, ma li prepara il terreno.
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Musica e psiche: un linguaggio che bypassa la mente razionale
Da sempre la musica riflette i nostri mondi interiori. C’è qualcosa di profondamente umano nel riconoscersi nelle parole di una canzone, nel sentire un ritornello rimbombare dentro il petto e pensare: “sì, è esattamente questo”. Quella vibrazione non è casuale. È il segnale che qualcosa di nascosto è stato toccato.
La musica funziona come le metafore in terapia: parla obliquamente, aggira le difese, arriva dove il ragionamento diretto non riesce. Le cosiddette resistenze — quei meccanismi psichici con cui proteggiamo noi stessi da ciò che fa paura sentire — si abbassano davanti a una melodia. La musica non chiede il permesso di entrare: entra. Coinvolge il corpo prima ancora della mente, bersaglia il viscerale, riattiva memorie sedimentate in strati profondi che le parole ordinarie non sfiorano.
Ma la musica fa anche altro. Normalizza. Sensibilizza. Legittima. Quando ascoltiamo qualcuno cantare la propria ansia, la propria solitudine, il proprio senso di inadeguatezza, riceviamo un messaggio implicito e potente: quello che provi non è strano, non è sbagliato, non sei solo. Questo è uno degli effetti terapeutici più preziosi e meno celebrati della musica popolare.
Madame, nel suo ultimo album, fa tutto questo. Risveglia e legittima la sofferenza e la sua espressione. Normalizza la psicoterapia senza mai citarla esplicitamente. Non stigmatizza il dolore psichico: lo canta, lo offre, lo elabora e rielabora con una precisione che lascia senza fiato. D’altronde il gesto creativo è catarsi — lo sapeva Aristotele, lo sa ogni buon terapeuta. Trasformare l’esperienza in forma è già, di per sé, un atto di guarigione.
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1. Disincanto — La fine delle illusioni come inizio
Il titolo stesso è un concetto centrale in psicologia dello sviluppo. Il disincanto non è fallimento: è maturazione. È il momento in cui smettiamo di chiedere alla realtà di essere diversa da com’è, e cominciamo a viverla per quello che è.
In psicologia, questo passaggio viene descritto come accettazione — non rassegnazione passiva, ma riconoscimento attivo della realtà così com’è: smettere di lottare contro ciò che non possiamo controllare per liberare energia verso ciò che conta davvero. Madame lo chiama con parole sue, e sono più efficaci di qualsiasi manuale.
“
Io non vivo più con sotto le istruzioni
Tutto ciò che so spero che mi abbandoni
E sono mie, le bugie che mi hanno detto sono mie
Il male e il bene sono solo fantasie
— Disincanto — Madame, 2026
“Non vivo più con sotto le istruzioni” è una delle immagini più potenti che abbiamo incontrato di recente per descrivere quello che in terapia chiamiamo il disinvestimento disfunzionale o fallimentare. Tutti cresciamo con un set di regole implicite su chi dobbiamo essere, cosa dobbiamo sentire, come dobbiamo comportarci per essere amati, di sussesso o al sicuro. Queste istruzioni arrivano dalla famiglia, dalla cultura, dalle esperienze precoci.
Nel cognitivismo clinico le chiamiamo credenze disfunzionali o “doverizzazioni”: devo essere perfetto, devo non sbagliare, devo guadagnarmi l’amore degli altri. Sono modi di essere nel mondo che si formano come strategie adattive — servivano, in un certo momento della vita, a non sentire il dolore, a ottenere approvazione, a sopravvivere a contesti affettivi difficili. Ma con il tempo diventano gabbie. Madame canta esattamente il momento in cui la gabbia si apre.
“Le bugie che mi hanno detto sono mie” — appropriarsi del dolore ricevuto è uno degli atti più coraggiosi del percorso terapeutico.
La frase “le bugie che mi hanno detto sono mie” è l’appropriazione psicologica del dolore subito. Non nega che siano state bugie, non assolve chi gliele ha dette — ma le riconosce come parte di sé. È esattamente il lavoro che facciamo in terapia: non cancellare la storia, ma integrarla. Riconoscere che siamo stati formati anche da cose non vere, e che quelle cose ci appartengono comunque.
“
Non voglio programmare e pensare cosa fare,
dare un significato al male ma non attraversarlo,
subire le emozioni, sapere i tuoi segreti
voglio rendere bello tutto ciò che metto dentro i miei occhi.
— Disincanto — strofa recitata, Madame, 2026
Questa strofa è una descrizione straordinariamente precisa di ciò che in ACT viene chiamato defusione cognitiva e accettazione esperienziale. “Dare un significato al male ma non attraversarlo”: quante persone fanno esattamente questo? Costruiamo spiegazioni raffinate, teorie elaborate, narrative coerenti del nostro dolore — tutto pur di non sentirlo davvero. La comprensione intellettuale diventa una forma di evitamento emotivo.

La terapia ci insegna che il problema non è il dolore in sé, ma la lotta contro il dolore. Ogni tentativo di controllare, sopprimere o neutralizzare le emozioni difficili finisce per amplificarle. Il paradosso terapeutico è che solo accettando di sentire si riesce, nel tempo, a non esserne sopraffatti. “Subire le emozioni” — la parola di Madame è coraggiosa e precisa: non significa essere passivi, ma smettere di combattere ciò che già c’è. È il primo passo verso una vita che rende bello tutto ciò che si mette dentro i propri occhi.
2. Come stai? — La domanda più semplice e più difficile
Tre parole. Le stesse che diciamo ogni giorno senza aspettarci risposta. Eppure in questo brano diventano qualcosa di diverso: un atto di cura radicale.
“
Madame non è solo intrattenimento
Madame fa riflettere quando senti
Madame non ti vede, ti guarda dentro
Ora puoi chiudere gli occhi e sentire una voce
Sentire una voce che fa
Come stai?
— Come stai? — Madame, 2026
La distinzione tra “vedere” e “guardare dentro” è sottile ma enorme. Essere visti significa essere riconosciuti nella nostra presenza fisica, sociale, di superficie. Essere guardati dentro significa essere raggiunti in quello che non diciamo, in quello che nascondiamo anche a noi stessi.
“Ora puoi chiudere gli occhi” è un invito alla sicurezza. Chiudere gli occhi è un atto di fiducia: mi fido abbastanza di questo spazio da smettere di controllarlo. E in quel momento di fiducia, arriva la domanda. “Come stai?” — non come informazione da raccogliere, ma come permesso di rispondere davvero.
Quante persone aspettano solo che qualcuno lo chieda davvero — e sappia reggere la risposta?
Nella Schema Therapy, questa voce — quella che si ferma, che chiede, che aspetta una risposta autentica — viene chiamata la voce dell’Adulto Sano. È la parte di noi capace di riconoscere i propri bisogni emotivi, di accoglierli senza giudicarli, di rispondervi con cura. Non è una voce che molti hanno interiorizzato: spesso cresce in terapia, attraverso un lavoro lungo e paziente. Madame la offre gratuitamente, a chiunque abbia gli auricolari.
In una cultura che ha trasformato “come stai?” in una formula di cortesia, sentirla cantata — lentamente, con intenzione — produce un piccolo cortocircuito. Costringe a fermarsi. A chiedersi se davvero si sa la risposta. Molte persone arrivano in terapia non perché abbiano un problema urgente, ma perché non hanno mai avuto uno spazio in cui a quella domanda si potesse rispondere onestamente. Il brano di Madame crea quello spazio in tre minuti.
3. Volevo capire — Identità, riconoscimento e bisogno d’amore
Questo brano, scritto con Marracash, è un dialogo tra due esperienze diverse dello stesso bisogno: essere visti per quello che si è, non per quello che si produce.
“
Ti chiedi mai chi sei senza quello che fai?
Ti chiedi se sei solo quello che fai?
Non mi voleva bene nessuno
Forse l’affetto è un bene di lusso
Cos’ho comprato e cos’è venuto da sé
Ho fatto di più per essere vista
— Volevo capire — Madame feat. Marracash, 2026
“Ti chiedi mai chi sei senza quello che fai?” è la domanda che sta al centro di molti percorsi terapeutici. La nostra cultura premia il fare, il produrre, il rendere. L’identità tende a coincidere con la performance. E quando la performance si ferma — per scelta, per stanchezza, per malattia — spesso ci accorgiamo di non sapere chi siamo. Questo è il nucleo di molte crisi: non il crollo in sé, ma la scoperta che non c’era molto sotto.

“Forse l’affetto è un bene di lusso” contiene una ferita reale, che in Schema Therapy riconosciamo come la frustrazione di bisogni psicologici fondamentali: il bisogno di amore incondizionato, di accettazione, di appartenenza. Quando questi bisogni non vengono soddisfatti nell’infanzia — perché i caregiver erano assenti, instabili, condizionanti — il bambino sviluppa schemi emotivi profondi e strategie di coping per sopravvivere affettivamente.
“Ho fatto di più per essere vista” — fare per essere amati, invece di essere amati per quello che si è. Una delle trappole più comuni e più silenziose.
“Ho fatto di più per essere vista” descrive una di queste strategie: l’ipercompensazione. Più faccio, più produco, più valgo — così almeno spero che qualcuno rimanga. Questo schema è alla base di molti stili di funzionamento che in clinica osserviamo frequentemente, tra cui quello che viene definito adattamento narcisistico: non il narcisismo come arroganza, ma come costruzione di un sé grandioso e performativo che protegge un nucleo interno fragile e non amato. La persona impara a ricevere ammirazione — perché è l’unica forma di riconoscimento che conosce — ma non sa ricevere amore. Non sa stare nella semplicità di “ti voglio bene per come sei”, perché non l’ha mai sperimentato come reale. Madame, con poche parole, mette a nudo questa ferita con una precisione disarmante.
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Perché questo conta, fuori dalla stanza di terapia
Madame non è una terapeuta. Non pretende di esserlo. Ma fa qualcosa che la terapia fa nei suoi momenti migliori: crea uno spazio in cui l’ascoltatore si sente meno solo nel proprio caos interiore. Nomina cose che molti sentono ma non riescono a dire. E dare un nome alle cose è il primo passo per non esserne sopraffatti.
In una cultura in cui si parla sempre più di salute mentale ma in cui lo stigma resiste, la musica ha un accesso privilegiato. Entra senza chiedere permesso. Arriva a ragazzi di sedici anni che non andrebbero mai da uno psicologo. Arriva mentre si cammina, si guida, si fissa il soffitto di notte. E a differenza di tanta comunicazione sulla salute mentale — spesso asettica, distante, cattedratica — arriva con la voce di qualcuno che ci è dentro, non fuori.
Questo è il regalo che fa la scrittura di Madame. Non dà risposte — anzi, in Disincanto dice esplicitamente di non averle. Ma tiene compagnia alle domande. Canta le sue paure, offre le sue ossessioni, elabora e rielabora. Il gesto creativo è catarsi, e la catarsi, quando è autentica, è contagiosa. Chi ascolta sente che può fare lo stesso: sentire, nominare, sopportare. A volte è proprio questo di cui abbiamo bisogno, prima ancora di entrare in una stanza di terapia.


