Curtis Williams: uscendo da dietro le quinte
Quel suono che sa di certi modi losangelini, quel glamour dentro cui non indagare il futuro: anzi, ritrovare dinamiche umane assai antiche nel tempo ormai. Il nuovo singolo di Curtis Williams è anche e soprattutto questo. Perdetevi anche nel video ufficiale…
Quasi cinquant’anni dentro la storia dei Kool & the Gang, poi il desiderio di riportare in primo piano una voce rimasta a lungo dietro le quinte. Gira e gira anche bene questo singolo “Ain’t Got a Man Tonight” feat. Rx che ci sta anticipando il “ritorno” di Curtis Williams tra immancabile funk, soul, jazz e R’n’B, senza dimenticare da dove tutto è cominciato. Un singolo che anticipa il disco in uscita questa estate… eh si parliamo già della nuova estate… e allegoricamente si intitolerà “Fitzgerald is Back”…
Per molti anni sei stato dentro una storia musicale più grande del singolo musicista, quella dei Kool & the Gang. Quando si vive così a lungo dentro un’identità collettiva, quanto è difficile capire dove finisce quella storia e dove comincia davvero la propria voce?
La storia dei Kool & the Gang non finirà mai nella mia vita. Faccio parte della band da quasi cinque decenni e ancora oggi ne sono il direttore musicale. Per me, però, raccontare la mia storia personale dopo tutto questo tempo è stato molto naturale. In realtà era dentro di me fin dall’infanzia. Ovviamente da bambino non potevo saperlo, ma se ripenso ai miei primissimi anni, quando già a dieci anni mi esibivo, mi accorgo che quella storia era già cominciata. Man mano che la mia musicalità prendeva forma e si evolveva, cresceva anche la determinazione nel costruire un progetto solista. Ho vissuto molte esperienze musicali prima dei Kool & the Gang e, successivamente, esperienze a livello globale grazie alla band. Pubblicare la mia musica e condividere le mie idee con il mondo è stato quindi uno sviluppo assolutamente naturale.
Il titolo: “Fitzgerald is Back”. Tornare… da cosa? O da chi?
Il titolo “Fitzgerald is Back” nasce dal fatto che, per molti aspetti, sono sempre rimasto relativamente dietro le quinte. Certo, ho suonato negli album e nei singoli, sono apparso in molti videoclip e sulle copertine dei dischi, mi sono esibito in concerti in tutto il mondo. Ma la maggior parte delle persone pensa a me soprattutto come al tastierista della band. Spesso restano sorprese nello scoprire che suono anche il sassofono. Questo disco rappresenta quindi il momento in cui mi metto in primo piano con una mia identità. Ma è anche un ritorno alle esperienze musicali precedenti ai Kool & the Gang. Da adolescente avevo una mia band a Buffalo, nello Stato di New York, e suonavo Fender Rhodes, sintetizzatore Moog, organo Hammond B3, flauto, sax contralto, sax soprano e ottavino. Quindi è un ritorno da “dietro le quinte”, ma anche un ritorno alla mia storia musicale dell’infanzia e della giovinezza, per mostrare al mondo chi è davvero Fitzgerald. E, tra l’altro, Fitzgerald è anche il mio secondo nome.
Nel disco convivono funk, soul, R’n’B, smooth jazz, fusion e suggestioni latine. Oggi siamo abituati a considerare i generi come territori distinti, mentre la black music sembra raccontare esattamente il contrario. Pensi che le etichette musicali abbiano finito per separare qualcosa che storicamente nasceva già contaminato?
Il mio album contiene molti stili e generi differenti. È realmente un’espressione di ciò che sono come musicista e come persona. Essere un artista indipendente mi ha dato la libertà creativa necessaria per mostrare le diverse “personalità” della mia musica. Le case discografiche operano inevitabilmente nel punto di incontro tra musica e business. È comprensibile che le esigenze commerciali possano talvolta determinare la direzione della creatività, nel tentativo di massimizzare le possibilità di vendita. Questo può essere visto come un limite, ma credo anche che avere un canale attraverso il quale condividere musica e canzoni che nascono dall’anima possa essere gratificante in modi differenti. Può avvenire attraverso la promozione tradizionale di un’etichetta, attraverso i social media, le piattaforme di streaming oppure attraverso i concerti. La cosa fondamentale resta avere la possibilità di esprimere la propria creatività. Le esibizioni dal vivo, in particolare, permettono agli artisti di entrare ancora più profondamente nella propria creatività e di condividerla direttamente con il pubblico. Ed è qualcosa di davvero appagante.
“Ain’t Got a Man Tonight” parte da una situazione apparentemente leggera, quasi una scena rubata dentro un club, ma al centro c’è un uomo incapace di leggere il confine tra approccio e invadenza. Quanto ti interessa usare una musica fatta per ballare per raccontare i solchi più nascosti delle relazioni umane?
La musica è sicuramente un linguaggio universale. Può dare conforto e può guarire. Riesce a raggiungere le menti delle persone, giovani e meno giovani. Attraverso il potere delle canzoni possiamo trasmettere messaggi positivi. Lanciare un messaggio forte attraverso una musica pensata per ballare può essere molto efficace. Un ritornello immediato, un testo capace di restare impresso e un beat pulsante possono diventare quasi ipnotici. E a quel punto il messaggio passa direttamente dalla musica alla mente.
Bello il video, splendida la location… direi che non poteva andare diversamente, o no? Oppure c’erano altre idee in cantiere?
La location e la direzione del video sono state esattamente come speravo. Abbiamo girato all’Andy’s di Los Angeles, un club di proprietà di Anderson .Paak. Ironia della sorte, proprio ieri sera ho avuto modo di trascorrere un po’ di tempo con Anderson nel suo locale. Quel posto ha davvero tutto il vibe che cercavamo. Non abbiamo quindi preso seriamente in considerazione altre location. Era semplicemente il posto perfetto per questo video. E lui è davvero molto cool.
Torniamo al disco in uscita: ci possiamo attendere anche qualche fuori pista o qualche altro tipo di rivoluzione?
In futuro farò sicuramente emergere ancora di più le mie radici jazz, andando più in profondità. Sono davvero entusiasta all’idea di poter condividere anche questa parte di me. Non parlerei necessariamente di una “rivoluzione” musicale. Si tratta piuttosto di scavare ancora più a fondo dentro la mia anima dal punto di vista creativo.


