Decapitalismo
Il quintetto siculo riesce a creare delle trame musicali con estrema facilità ma non riesce ancora a staccarsi dai 'gruppi di riferimento' e creare, così, un percorso autonomo e personale.
- Artista
- Om
- Etichetta
- Malintenti
Unire i riff dei Led Zeppelin alle melodie dei Beatles, le ambientazioni di Paolo Conte con le ballate dei The Gang, le liriche di Franco Battiato con quelle del duo Battisti/Mogol è impresa ardua, se non impossibile.
“Decapitalismo” dei palermitani OM cerca di unire un bel po’ di generi e gruppi storici all’interno di un disco dove la matrice è essenzialmente progressive mentre alcuni pezzi propendono più verso un pop autoriale. Il terzo album della band è prodotto dal ‘Conservatorio V. Bellini’ di Palermo in collaborazione con ‘Officine Festival’ e bisogna ammettere che il progetto è interessante e tecnicamente molto valido.
Poche, però, le idee originali; ma quelle poche davvero ben riuscite. Il singolo ”Insonnia” è, infatti, un piccolo gioiello che sembra attualizzare l’eredità di Rino Gaetano e ricorda molto le ballate post-punk dei Tre Allegri Ragazzi Morti. ”Io Potrei” è uno splendido walzer con un intro rumoristico, mentre ”Non Ti Amo Più” è una ballata semplice che non sfigurerebbe troppo nell’immensa discografia di Paolo Conte.
Alcuni episodi, invece, suonano un po’ come riempitivi e con melodie a volte indecise (”C’era Una Volta”) a volte troppo scontate (”Attualità”, ”Marionetta”). Il resto dell’album suona come i tanti gruppi folk italiani (dalla Bandabardò ai Modena City Ramblers) con l’aggiunta di sonorità elettroniche e un po’ di strumenti a fiato. Mai sfruttati a dovere.
I testi sono al servizio della musica; non riescono quindi ad avere una loro personalità. A volte troppo filosofeggianti, altre volte affrontando tematiche semplici con giri di parole complicati. Il quintetto siculo riesce a creare delle trame musicali con estrema facilità ma non riesce ancora a staccarsi dai ‘gruppi di riferimento’ e creare, così, un percorso autonomo e personale.
L’album è ricco di filastrocche più che ritornelli e questo lo rende immediato già dal primo ascolto. Manca, però, un’idea generale e un po’ di omogeneità al tutto. Più che un album con un inizio e una fine, “Decapitalismo” suona come un insieme di 11 buone tracce messe lì un po’ alla rinfusa.


