Going Underground
Almeno su Roma, siamo tornati agli albori. Quando ti affacci a concerti con 20-30 spettatori per gruppi che arrivano da oltreoceano c’è solo da constatare che non è per niente facile tenere accesa la fiamma della musica nell’ormai paludoso underground nostrano…
Il principio che ha sempre animato la c.d. musica underground è stato, all’origine, il bisogno di arrivare a un prodotto creativo attraverso una ricerca sonora fuori dai parametri commerciali tradizionali. Esiste ancora questa netta separazione di genere, o qualcuno ci marcia ancora pesantemente per mantere una sterile rendita di posizione?
Non conosco a fondo l’evoluzione della musica underground di altri posti che non siano Roma e dintorni. Da sempre ho osservato con interesse e rispetto le sollecitazioni che arrivavano alla nostra periferia dell’Impero, da Londra, da New York, da Parigi e da Berlino. La sopravvivenza in Italia di una cultura musciale indipendente è sempre stata ispirata da stili di vita e modelli creativi importati dal mondo anglosassone (punk, dark, mods e via dicendo), con una piccola particolarità da non trascurare: ad ogni diversa sfumatura di queste sottoculture, strettamente musicali, si è sempre associata una connotazione politica.
Al’inizio, i mitici anni ottanta, questo era giustificato dalla difficile e controversa situazione politica del nostro paese, fortemente condizionata dal dualismo tra comunisti e non comunisti, tra rossi e neri. In mezzo a questa tenaglia si sono mossi con difficoltà tutti i nuovi musicisti e creativi dell’epoca, dovendo sempre rispondere alla domanda: ma tu sei schierato? Sei di sinistra o di destra?
E’ una vecchia maledizione che ha permesso alle teste piatte (non solo a quelle rasate), di massificare anche il variegato mondo della cultura musicale underground con una forte connotazione di appartenenza politica (redskins vs skinheads, zecche vs pariolini, mods rossi vs mods non allineati). In Italia, nelle grandi realtà metropolitane, ancora sopravvive questo approccio ideologico e, quello che meraviglia di più, è che è stato tramandato a quegli sparuti giovani eredi delle diverse culture underground che si ritrovano a dover scegliere se schierarsi sul versante rosso o in quello nero.
E’, probabilmente, solo la coda nostalgica e decadente di un fenomeno, quello delle sottoculture musicali indipendenti, che si esaurirà per un fisiologico calo delle vocazioni, ma che ancora oggi esercita una certa influenza su un terreno creativo dove dovrebbero nascere le nuove idee innovative per dare nuova linfa alla musica e lo stimolo per nuove mode alternative.
Ad oggi, il nostro underground è ancora condizionato da questa eredità ideologica che pervade, più in generale, quasi tutti i settori del Belpaese. E’ questo un problema che si devono incominciare a porre i musicisti che vogliono dire qualcosa di nuovo, ma anche gli organizzatori dei concerti ,i giornalisti musicali e i cacciatori di talenti.
Quando l’affascinante mondo della musica underground comincia a puzzare di muffa è arrivato il momento di aprire tutte le finestre, sempre che si riesca ancora a stimolare la voglia del pubblico di scendere negli scantinati per scoprire nuovi mondi.
(f.b.)