Jazz 17 Maggio 2002

I giorni

E' un viaggiatore, Ludovico Einaudi, un viaggiatore delle più remote e silenziose terre che esistano: le terre dell'anima, così come siamo abituati a scorgerle quando ci fermiamo a leggerci dentro...

Etichetta
BMG

E’ un viaggiatore, Ludovico Einaudi, un viaggiatore delle più remote e silenziose terre che esistano: le terre dell’anima, così come siamo abituati a scorgerle quando ci fermiamo a leggerci dentro; terre sconfinate, tanto vaste da perdervisi, tanto profonde che ogni volta che ci si cala dentro è difficile riemergere. La musica di Einaudi va ascoltata in perfetta solitudine, lasciandosi cullare dalle emozioni, lasciandosi travolgere dalle note più ossessivamente ripetitive, dalla ondulatoria proposta ritmica, come se fosse un mezzo per entrare in una specie di trans.
E’ un approccio che vale per diversi compositori contemporanei come Keith Jarrett, Michael Nyman, Philip Glass, ai quali Einaudi, con le dovute cautele, può essere senz’altro accostato.
In quest’ultimo disco – “I giorni” – il pianoforte del pianista torinese, torna ad essere l’unico protagonista della scena. C’è sempre, evidentemente, la necessità di un momento di riflessione ogni qualvolta si emerge da lunghi periodi di collaborazione con altri musicisti o artisti: prima de “Le Onde” del 1996, altro disco per piano solo, Einaudi usciva da un’intensa attività come compositore per il teatro e la danza; “I Giorni” rispecchia il raccoglimento dopo un anno dedicato alla composizione di colonne sonore (del 2001 sono quelle di: “Le parole di mio padre” di Francesca Comencini; “Alexandria” di Maria Iliou e “Luce dei miei occhi” di Giuseppe Piccioni).
Il solitario pianoforte traspone in forma di “aria”, un’antica canzone africana ascoltata alla radio durante un viaggio in Mali, in compagnia dell’amico musicista Toumani Diabate. E’ una canzone triste, un lamento per la perdita improvvisa di un grande affetto. Tale trasposizione – Einaudi l’ha chiamata “Melodia Africana”- costituisce il vero leit motiv del disco, visto che la ritroviamo in quattro versioni diverse. L’afflato mistico che percorre anche quest’ultima opera del pianista, si percepisce, allo stesso modo, ascoltando gli altri temi: “In un’altra vita”, “Stella del mattino”, “I giorni”, “la nascita delle cose segrete”, “Quel che resta”, “Inizio”. Vi cogliamo tutta la tensione spirituale, il senso sacrale dell’anima, la struggente malinconia esistenziale da cui viene tratta l’ispirazione. L’immediatezza e la semplicità con cui queste musiche ci colpiscono, rispecchiano in maniera fedele quell’ispirazione minimale, ricca di sfumature ed emozioni, che in questi anni ha portato alla musica di Einaudi il costante favore della critica e anche una certa popolarità presso un pubblico sempre più trasversale, che non ama gli steccati che dividono i generi musicali.
Nel disco precedente – “Eden Rock” – gli archi e il contrabbasso avevano rafforzato la voce intimista del pianoforte fornendogli un respiro più ampio. Ne “I Giorni”, invece, la solitudine del pianoforte è metaforicamente simile a quella dell’ascoltatore che riesce, per questo, ad entrare ancora più in sintonia con le sfumate pause e con le improvvise impennate che l’autore ci riserba.
Nel complesso, un disco godibile non solo per gli amanti del genere ma di tutti coloro a cui piace ascoltare la buona musica, guardandosi dentro.