Italiani 17 Maggio 2015

Indiana EP

Un lavoro “lo-fi digitale” in cui le chitarre dialogano con le macchine come fossero vecchi amici davanti ad una pinta di birra scura. Il tutto recintato da sequenze di batteria e beat scientifici.

Parlare degli Indiana, cercare di descrivere il mondo che viene raccontato nei loro testi, spiegare ciò che si cela dietro la dimensione non-sense che li caratterizza è cosa non semplice.
L’omonimo EP di questa giovane band bergamasca, il secondo dopo “La Strada” (2012), affonda le radici nell’esperienza dell’ennesimo abbandono di un membro della band. Rimasti in tre, hanno pensato di fare di necessità virtù e chiudersi in sala prove per comporre, produrre e registrare un nuovo album, con la solenne promessa di restare uniti. E il modo migliore per farlo era arrangiare i pezzi in modo da poterli suonare loro tre da soli attraverso l’interazione con i PC: suoni, sintetizzatori, chorus, riverberi e beat, insomma tutto ciò che avevano a disposizione.
Il risultato è un lavoro “lo-fi digitale” in cui le chitarre dialogano con le macchine come fossero vecchi amici davanti ad una pinta di birra scura. Il tutto recintato da sequenze di batteria e beat scientifici.
I testi, dal canto loro, affrontano temi quali il sogno e l’interiorità, oscillando tra atmosfere oniriche e surreali, immagini di vita e di morte che passano dall’una all’altra dimensione come se tutto non dovesse finire mai. Perché questa è la chiave nascosta degli Indiana, questo è il non-senso del loro gioco.