Izine: musica sostenibile, di nome e di fatto
La sostenibilità comincia molto prima del cassonetto giusto, della bicicletta o di un vinile prodotto con materiali riciclati. Comincia forse nel modo in cui spendiamo il nostro tempo, nel rapporto che abbiamo con le cose, nella velocità con cui consumiamo immagini, persone, musica e perfino noi stessi.
- Artista
- Izine
- Anno
- 2026
Izine osserva il presente e combatte con le sue armi, il suono e la canzone, l’inquinamento e la sensibilità su temi che dovrebbero essere centrali ma che trovo decisamente messi a contorno di cronache decisamente più stupide e modaiole. Il titolo la dice lunghissima: “Musica sostenibile”. Eh si: con il Vinilificio questo disco lo troviamo anche su 33 giri realizzato con materiali di riciclo. Dieci canzoni e un titolo che rischierebbe facilmente di finire dentro il territorio delle parole inflazionate, quelle che la comunicazione contemporanea mastica fino a svuotarle… in altre parole parliamo di quel pop da cassetta, di dischi che suonano tutti un po’ allo stesso modo, con queste produzioni sempre impeccabili e senza mai scossoni alle abitudini. Il pop d’autore italiano, leggero, semplice, di melodie che cercano la soluzione che piace e che resta. Izine poi ci mette del contenuto importante, fatto di parole artigiane che smuovono l’attenzione e si rendono politicamente poco corrette.
E attenzione: non è il soltio invasato nerd delle tematiche che demonizza il futuro. È un cronista sincero, un cantautore che veste i panni di chi non ci sta a farsi da parte e vuol partecipare al gioco della vita sociale. E qui diventa bella e coerente la scelta di aprire il disco con “Apologia della terra”, immaginando un giornale radio rovesciato, quello che il pianeta vorrebbe finalmente ascoltare. E l’ascolto procede spedito come un treno, dal singolo denso di aria nuova come “Pianeta B” fino ad una distesa quasi post-rock dedicata a tutti coloro che (non)vivono se vivono fuori dal mainstream.
La produzione di Michele Guberti è quel che serve ad un disco come questo per restare pulito, coerente, credibile: di certo avrei voluto più variazioni di strumenti, di colori invece che un ascolto che siede sempre sulle solite soluzioni. Soltanto la già citata chiusa o la fluidità indie di “Stare fermi e scalare un vulcano” mi muovono un poco dalle zone di comfort. Il messaggio prima di tutto: andiamo oltre l’estetica altrimenti rischiamo di confonderlo con mille mila altre proposte del genere.


