Faithkeepers tour 2026 live @ Roma Summer Fest 9 settembre 2026
Una serata per quanti avessero nostalgia della New Wave of the British Heavy Metal dei primi anni Ottanta? Forse. Non faccio fatica a pensarlo. Ma anche una notte all’insegna del “classic metal” più roboante e più puro che ci sia dato ascoltare.
La band guidata da Rob Halford, 75 anni, si è mostrata in grande forma anche se i componenti del gruppo, da un po’ di tempo in qua, non sono più i musicisti originali. Oltre al “domino” Rob Halford, impressionante, voce solista drammatica ed inquietante, come sempre d’altronde, hanno preso possesso del palco della Cavea dell’Auditorium Ian Hill, al basso, Scott Travis, alla batteria e Richie Faulkner, alla chitarra elettrica con il prode Andy Sneap, ex Sabbath, chitarrista e produttore musicale britannico che sostituisce dal vivo il leggendario Glenn Tipton, affetto dal morbo di Parkinson.
Il concerto è stato preceduto da un corposo “live act” dei Nevermore, la band americana di “thrash metal” che si è riformata di recente con Berzan Önen, alla voce, che sostituisce il “vocalist” storico Warrel Dane, prematuramente scomparso.
Giusto il tempo per un cambio palco, poi le luci si spengono e le note spettrali di “War Pigs” dei Black Sabbath annunciano l’evento. Pochi secondi ancora e il palcoscenico esplode in un diluvio di suoni ed effetti luminosi per l’ingresso dei Judas Priest, dopo tanti anni di nuovo a Roma.
Si comincia subito alla grande, sulle note serrate di “You’ve Got Another Thing Coming” che fanno saltare il pubblico accalcato nel parterre. Neanche il tempo di riprendersi che arrivano “Metal Gods” e “Breaking the Law”, in rapida successione, accolte da una ovazione corale che manifesta l’approvazione del popolo metallico.

Le gesta dei musicisti sulla scena vengono accompagnate da filmati davvero ben realizzati e ben rispondente alle tematiche preferite della band, da sempre schierata contro le nefandezze del mondo moderno, su tutte la povertà e la guerra.
Sembra come se tutti gli elementi presenti in Natura si scagliassero finalmente contro l’Uomo tecnocratico, avido di potere, ma senza sentimenti. L’Aria, il Vento, i Tuoni, i Fulmini ma soprattutto Sua Maestà il Fuoco si sovrappongono sul monitor ai fantastici assoli di chitarra dei Priest e scatenano un diluvio di emozioni.
Arriva il momento dell’esecuzione di “The Sentinel”, di “Lightning Strike” e di “Turbo Lover”, non ce ne è per nessuno, siamo nel delirio più assoluto, è un po’ come se il tornado che si è abbattuto questa mattina su Roma avesse presentato il suo biglietto da visita ieri sera, con i Judas Priest eletti come ambasciatori.Sembra come se tutti gli elementi presenti in Natura si scagliassero finalmente contro l’Uomo tecnocratico, avido di potere, ma senza sentimenti. L’Aria, il Vento, i Tuoni, i Fulmini ma soprattutto Sua Maestà il Fuoco si sovrappongono sul monitor ai fantastici assoli di chitarra dei Priest e scatenano un diluvio di emozioni. Arriva il momento dell’esecuzione di “The Sentinel”, di “Lightning Strike” e di “Turbo Lover”, non ce ne è per nessuno, siamo nel delirio più assoluto, è un po’ come se il tornado che si è abbattuto questa mattina su Roma avesse presentato il suo biglietto da visita ieri sera, con i Judas Priest eletti come ambasciatori.
A sorpresa, ecco le note ancestrali di “Victim of Changes”, il mio pezzo preferito del gruppo, tratto da “Sad Wings Of Destiny”, del 1976, quindi proprio dagli archivi più polverosi, ma mai dimenticati. Chitarre distorte che squarciano la scena e che procedono in parallelo con le grida assatanate di Rob Halford, un pezzo volutamente disturbante e molto indicativo riguardo i destini di questo mondo infame che è stato capace di rinnegare sé stesso. Al tempo stesso il brano, dalla natura così articolata e complessa, segna a suo modo l’origine di quella tendenza “prog metal” che andrà a svilupparsi più tardi.
Con “Painkiller” ritornano i toni roboanti e i riferimenti ad un universo fantastico, dove la musica “heavy metal” guarisce un po’ da tutti i mali. A pensarci bene, non è poi così sbagliato: se sono ancora qui, se ieri sera stavo ancora lì e ho superato indenne i 70 anni d’età, è anche per quello, grazie Priest!
Gli ultimi pezzi, da “The Hellion /Electric Eye” a “Hell Bent For Leather” vedono l’ingresso in scena di Rob Halford in sella ad una Harley Davidson Low Rider del 1981. Altro boato, altra ovazione, con lui che controlla le operazioni della band seduto sulla motocicletta. “Living After Midnight” è il brano più divertente nel repertorio della band, quello più conviviale e forse quello più orecchiabile, giustamente scelto per i saluti finali. “Living after midnight / rocking to the dawn”, una ricetta quanto mai semplice, quanto mai efficace, da tramandare alle nuove generazioni. Fuckin’Hell, che botta!
SET LIST
You’ve Got Another Thing Coming
Metal Gods
Breaking The Law
The Ripper
The Sentinel
Desert Plains
Lightning Strike
Turbo Lover
Steeler
Delivering The Goods
Panic Attack
Victim Of Changes
No Surrender
Painkiller
Encore:
The Hellion / Electric Eye
Hell Bent For Leather
Living After Midnight


