Cinema 2 Novembre 2004

Le Chiavi di casa

Le chiavi di casa ambisce ad essere un’opera realistica e distaccata, ma può trovare un suo compimento solo nel ricorso a un coinvolgimento patetico dello spettatore, indotto con facilità dal tema. E questo...non ci ha convinto

Artista
Gianni Amelio
Etichetta
01 Distribution

Il nuovo film di Gianni Amelio ha fatto parlare di sé per tutto il periodo del festival di Venezia, sta riscuotendo un grande successo nelle sale italiane e ha ottenuto la candidatura gli Oscar del 2005 come film straniero. Presumibilmente continuerà a far parlare i critici e gli spettatori ancora a lungo.
E’ la storia di Paolo, un ragazzo di quindici anni diversamente abile che incontra per la prima volta suo padre, fuggito dalla sua vita per via della sua malattia. I due iniziano così un viaggio che li porterà da Milano a Berlino fino alla Norvegia, alla ricerca di un passato che conduce con sé rimorsi e paure.
Andrea Rossi, che interpreta Paolo, è bravissimo e coinvolgente, così come ben realizzate sono le scene in cui è lui a guidare la telecamera. Tutta la parte riguardante l’aspetto puro della malattia è ben fatta, elaborata e ingegnosamente incastrata. Il regista ci conduce nei vari aspetti della condizione di Paolo, senza piagnistei o facili illusioni, facendoci fare dei passi che in maniera sinuosa eppure lineare ci mostrano quale sia il mondo tutto personale del ragazzo, a volte con un sorriso a volte con durezza, senza mai allontanarsi dal realistico.
Ma nel resto dell’azione cinematografica Gianni Amelio non convince. E’ facilmente intuibile perché non sia riuscito a mettere a segno la vittoria a Venezia: forse la scelta di Kim Rossi Stuart non è stata delle più azzeccate, o forse non gli è stato dato modo di interpretare al meglio una parte così difficile e delicata, o forse entrambi i fattori hanno concorso a ciò; è certo però che la figura del padre non è di spessore come dovrebbe. E’ un personaggio che, stando alla trama, si imbatte all’improvviso e in modo traumatico nel suo ruolo di padre di un figlio malato e che piano piano ne assume la consapevolezza; in realtà non c’è nessuna crescita del personaggio, sempre ancorato alla medesima espressione facciale e ad azioni più sprovvedute che altro.
Anche la figura femminile che gli si accompagna, madre a sua volta di un handicappato, e interpretata da C. Rampling, è sterile e poco convincente. Affettata nelle parole e sempre in posa nei suoi gesti, non rispecchia in nessun modo il candore e la vitalità di cui si fa portavoce. Sembra più una fata – che sul finale rinnega senza motivazione la sua missione- che un personaggio.
Entrambi gli adulti della storia sono francamente piatti e insignificanti, interpreti di vicende in cui loro non sono altro che maschere immobili; l’immagine del mondo normale, cioè il loro, che si confronta con la malattia è retorico e scontato, senza spessore; il “muoversi” del padre nella storia è un susseguirsi di azioni stentate quanto immature, ma soprattutto sterili.
Le chiavi di casa ambisce ad essere un’opera realistica e distaccata, ma può trovare un suo compimento solo nel ricorso a un coinvolgimento patetico dello spettatore, indotto con facilità dal tema. E questo non ci ha convinto. Staremo a vedere cosa ne diranno gli americani.