L’Imbalsamatore e Velocità Massima
Due film italiani tanto diversi quanto simili fra loro: “L’imbalsamatore” di Matteo Garrone e “Velocità massima” di Daniele Vicari. Il cinema italiano apre la stagione per il verso giusto.
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- Fandango
Le coincidenze, spesso, aiutano a capire meglio la realtà. Anche al cinema. Può capitare ad esempio di vedere, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, due film ed essere attratti dai punti di contatto fra loro. Proviamo ad elencarli: stessa nazionalità, italiana; stesso produttore, Fandango (Procacci è ormai una garanzia di qualità); stessa generazione di registi, quella dei nati nei ’60; stesso lancio festivaliero con successo, uno a Cannes, l’altro a Venezia; stesso plot: il maestro, l’apprendista, il terzo (meglio, “la terza”), incomodo; stessa ambientazione “costiera”, l’abusivo Villaggio Coppola nel casertano e il periferico litorale romano; stessa opzione quasi “realista”, vernacolo incluso. I due film sono “L’imbalsamatore” di Matteo Garrone e “Velocità massima” di Daniele Vicari. La visione ravvicinata dei due film ha certamente contribuito ad evidenziare le similitudini al di là delle pur evidenti dissonanze: chiaramente tendente verso il noir il primo, con una chiara scelta per una direzione “d’autore”; nel solco della commedia all’italiana (quella di qualità) il secondo, con un taglio più agile e incalzante. Il diverso approccio dei due registi alla materia narrativa, tuttavia, non ci impedisce di pensare che quel “tessuto connettivo” tra cineasti, di cui tanto si parla in giro per i convegni e i festival vari e di cui si sente veramente la mancanza, sembra sul punto di comporsi all’orizzonte del panorama filmico italiano. Descrivere il degrado diffuso nella nostra società – non solo tangibile e reale (urbano o paesaggistico in senso lato) ma anche e soprattutto morale, sentimentale o addirittura mentale – significa prendere di petto la realtà, rappresentarla per tentare se non di cambiarla quanto meno di capirla, mettendone a nudo dinamiche ovvie o imprevedibili. In questo la sfida lanciata dai due registi, con toni ed esiti diversi, da il segno di una realtà cinematografica italiana che sembra aver abbandonato definitivamente la consolante ma sterile “claustrofobia” degli ultimi anni, attingendo alla cronaca o alla attualità di tutti i giorni, senza alcuna pedanteria o falsi moralismi. Al di là di tali aspetti, i film non deludono né dal punto di vista della narrazione (“L’imbalsamatore” rielabora in un toccante noir un fatto di cronaca nera – una storia di emarginazione, amore disperato, fughe e sangue – mentre “Velocità massima” attinge agli ambienti capitolini delle corse clandestine) né tanto meno su quello stilistico-formale. Nel film di Garrone meritano l’ottima fotografia di Marco Onorato, le splendide inquadrature, in un continuo alternarsi di campi lunghi e primissimi piani, e l’azzeccata colonna sonora della Banda Osiris; il montaggio (di Marco Spoletini, lo stesso, peraltro, de “L’mbalsamatore”) modernissimo ma mai ingenuo nobilita, invece, l’opera di Vicari.
A chiosa di queste brevi riflessioni, una nota di colore, attingendo ad una battuta di Mastrandrea (bravissimo nel ruolo di un meccanico trentacinquenne tanto disincantato quanto sognatore) in “Velocità massima”, una sorta di slang cult (che la visione del film chiarirà non essere misogino): “le donne fondamentalmente non sono intelligenti, sono furbe; quindi parla poco e quando parli dì solo stronzate!”.


